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CANTICO DI NATALE di Charles Dickens -------------------------------------------------------------------------------- STROFA I Lo spettro di Marley
Marley, prima di tutto, era morto. Niente dubbio su questo.
Il registro mortuario portava le firme del prete, del chierico, dell'appaltatore
delle pompe funebri e della persona che aveva guidato il mortoro. Scrooge
vi aveva apposto la sua: e il nome di Scrooge, su qualunque fogliaccio
fosse scritto, valeva tant'oro. Il vecchio Marley era proprio morto
per quanto è morto, come diciamo noi, un chiodo di porta. Badiamo! non
voglio mica dare ad intendere che io sappia molto bene che cosa ci sia
di morto in un chiodo di porta. Per conto mio, sarei stato disposto a pensare che il pezzo
più morto di tutta la ferrareccia fosse un chiodo di cataletto. Ma poiché
la saggezza dei nostri nonni sfolgora nelle similitudini, non io vi
toccherò con sacrilega mano; se no, il paese è bell'e ito. Lasciatemi
dunque ripetere, solennemente, che Marley era morto com'è morto un chiodo
di porta. Sapeva Scrooge di questa morte? Beninteso. Come avrebbe fatto
a non saperlo? Scrooge e il morto erano stati soci per non so quanti
anni. Scrooge era il suo unico esecutore testamentario, unico amministratore,
unico procuratore, unico legatario universale, unico amico, unico guidatore
del mortoro. Anzi il nostro Scrooge, che per verità il triste evento
non aveva fatto terribilmente spasimare, si mostrò sottile uomo d'affari
il giorno stesso dei funerali e lo solennizzò con un negozio co' fiocchi.
Il ricordo dei funerali mi fa tornare al punto di partenza.
Non c'è dunque dubbio che Marley era morto. Questo mettiamolo bene in
sodo, se no niente di maraviglioso potrà scaturire dalla storia che
son per narrarvi. Se non fossimo perfettamente convinti che il padre
d'Amleto è morto prima che s'alzi il sipario, la sua passeggiatina notturna
su pei bastioni al vento di levante non ci farebbe maggiore effetto
della bisbetica passeggiata di un qualunque attempato galantuomo il
quale se n'andasse di notte in un posto ventoso - il cimitero di San
Paolo, poniamo - pel solo gusto di sbalordire la melansaggine del proprio
figliuolo. Scrooge non cancellò dall'insegna il nome del vecchio Marley.
Parecchi anni dopo, leggevasi sempre sulla porta del magazzino: "Scrooge
e Marley". La ditta era nota per Scrooge e Marley. Seguiva a volte
che qualche novizio agli affari desse a Scrooge ora il nome di Scrooge
e ora quello di Marley; ma egli rispondeva a tutti e due. Per lui era
tutt'una cosa. Oh! ma che stretta sapevano avere le benedette mani di cotesto
Scrooge! come adunghiavano, spremevano, torcevano, scuoiavano, artigliavano
le mani del vecchio lesina peccatore! Aspro e tagliente come una pietra
focaia, dalla quale nessun acciaio al mondo aveva mai fatto schizzare
una generosa scintilla; chiuso, sigillato, solitario come un'ostrica.
Il freddo che aveva di dentro gli gelava il viso decrepito, gli cincischiava
il naso puntuto, gli accrespava le guance, gli stecchiva il portamento,
gli facea rossi gli occhi e turchinucce le labbra sottili, si mostrava
fuori in una voce acre che pareva di raspa. Sul capo, nelle sopracciglie,
sul mento asciutto gli biancheggiava la brina. La sua bassa temperatura
se la portava sempre addosso; gelava il suo studio né giorni canicolari;
non lo scaldava di un grado a Natale. Caldo e freddo non facevano effetto
sulla persona di Scrooge. L'estate non gli dava calore, il rigido inverno
non lo assiderava. Non c'era vento più aspro di lui, non c'era neve
che cadesse più fitta, non c'era pioggia più inesorabile. Il cattivo
tempo non sapeva da che parte pigliarlo. L'acquazzone, la neve, la grandine,
il nevischio, per un sol verso si potevano vantare di essere da più
di lui: più di una volta si spargevano con larghezza: Scrooge no, mai. Nessuno lo fermava mai per via per dirgli con cera allegra:
"Come si va, caro il mio Scrooge? a quando una vostra visita?"
Né un poverello gli chiedeva la più piccola carità, né un bambino gli
domandava che ore fossero, né uomo o donna, una volta sola in tutta
la vita loro, si erano rivolti a lui per informarsi della tale o tal'altra
strada. Perfino i cani dei ciechi davano a vedere di conoscerlo; scorgendolo
di lontano subito si tiravano dietro il padrone in una corte o in un
chiassuolo. Poi scodinzolavano un poco, come per dire: "Povero
padrone mio, val meglio non aver occhi che avere un mal occhio!" Ma che gliene premeva a Scrooge! Meglio anzi, ci provava gusto.
Sgusciare lungo i sentieri affollati della vita, ammonendo la buona
gente di tirarsi in là, era per Scrooge come per un goloso sgranocchiar
pasticcini. Una volta - il più bel giorno dell'anno, la vigilia di Natale
- il vecchio Scrooge se ne stava a sedere tutto affaccendato nel suo
banco. Il tempo era freddo, uggioso, tutto nebbia; e si sentiva la gente
di fuori andar su e giù, traendo il fiato grosso, fregandosi forte le
mani, battendo i piedi per terra per scaldarseli. Gli orologi del vicinato
avevano battuto le tre, ma era già quasi notte, se pure il giorno c'era
stato. Dalle finestre dei negozi vicini rosseggiavano i lumi come tante
macchie sull'aria grigia e spessa. Entrava la nebbia per ogni fessura,
per ogni buco di serratura; e così densa era di fuori che, ad onta dell'angustia
del vicoletto, le case dirimpetto parevano fantasmi. Davvero, quella
nuvola scura che scendeva e scendeva sopra ogni cosa faceva pensare
che la Natura, stabilitasi lì accanto, avesse dato l'aire a una sua
grande manifattura di birra. L'uscio del banco era aperto, per dare agio a Scrooge di tenere
d'occhio il suo commesso, il quale, inserito in una celletta più in
là, una specie di cisterna, attendeva a copiar lettere. Scrooge non
aveva per sé che un fuocherello; ma tanto più misero era il fuocherello
del commesso, che pareva fatto di un sol pezzo di carbone. Né c'era
verso di accrescerlo, perché la cesta del carbone se la teneva Scrooge
con sé; e quando per caso il commesso entrava con in mano la paletta,
issofatto il principale gli faceva capire che sarebbe stato costretto
a dargli il benservito. Epperò lo scrivano si avvolgeva al collo il
suo fazzoletto bianco e ingegnavasi di scaldarsi alla fiamma della candela:
il che, per non essere egli un uomo di gagliarda immaginazione, non
gli riusciva né punto né poco. - Buon Natale, zio! un allegro Natale! Dio vi benedica! - gridò
una voce gioconda. Era la voce del nipote di Scrooge, piombato nel banco
così d'improvviso che lo zio non lo aveva sentito venire. - Eh via! - rispose Scrooge - sciocchezze! - S'era così ben scaldato, a furia di correre nella nebbia
e nel gelo, cotesto nipote di Scrooge, che pareva come affocato: aveva
la faccia rubiconda e simpatica; gli lucevano gli occhi e fumava ancora
il fiato. - Come, zio, Natale una sciocchezza! - esclamò il nipote di
Scrooge. - Voi non lo pensate di certo. - Altro se lo penso! - ribatté Scrooge. - Un Natale allegro!
o che motivo hai tu di stare allegro? che diritto? Sei povero abbastanza,
mi pare. - Via, via - riprese il nipote ridendo. - Che diritto avete
voi di essere triste? che ragione avete di essere uggioso? Siete ricco
abbastanza, mi pare. - Scrooge, che non avea pel momento una risposta migliore,
tornò al suo "Eh via! sciocchezze." - Non siate così di malumore, zio - disse il nipote. - Sfido io a non esserlo - ribatté lo zio - quando s'ha da
vivere in un mondaccio di matti com'è questo. Un Natale allegro! Al
diavolo il Natale con tutta l'allegria! O che altro è il Natale se non
un giorno di scadenze quando non s'hanno danari; un giorno in cui ci
si trova più vecchi di un anno e nemmeno di un'ora più ricchi; un giorno
di chiusura di bilancio che ci dà, dopo dodici mesi, la bella soddisfazione
di non trovare una sola partita all'attivo? Se potessi fare a modo mio,
ogni idiota che se ne va attorno con cotesto "allegro Natale"
in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato
con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio! - Zio! - pregò il nipote. - Nipote! - rimbeccò accigliato lo zio, - tieniti il tuo Natale
tu, e lasciami il mio. - Il vostro Natale! ma che Natale è il vostro, se voi non ne
fate? - Vuol dire che così mi piace, e tu non mi rompere il capo.
Buon pro ti faccia il tuo Natale! E davvero che te n'ha fatto del bene
fino adesso! - Di molte cose buone sono stato io a non voler profittare,
quest'è certo - rispose il nipote; - e il Natale fra l'altre. - Ma il
fatto è che io ho tenuto sempre il giorno di Natale, quando è tornato
- lasciando stare il rispetto dovuto al suo sacro nome, se si può lasciarlo
stare - come un bel giorno, un giorno in cui ci si vuol bene, si fa
la carità, si perdona e ci si spassa: il solo giorno del calendario,
in cui uomini e donne per mutuo accordo pare che aprano il cuore e pensino
alla povera gente come a compagni di viaggio verso la tomba e non già
come ad un'altra razza di creature avviata per altri sentieri. Epperò,
zio, benché non mi abbia mai cacciato in tasca la croce di un soldo,
io credo che il Natale m'abbia fatto del bene e me ne farà. Evviva dunque
il Natale! - Il commesso non si seppe tenere dall'applaudire dal fondo
della sua cisterna; ma, subito accortosi del marrone, si diè ad attizzare
il fuoco e riuscì ad estinguere l'ultima scintilla. - Un altro di cotesti rumori dalla vostra parte - disse Scrooge
- e ve lo darò io il Natale con un bravo benservito. Sei davvero un
parlatore coi fiocchi - sopraggiunse volgendosi al nipote. - Mi sorprende
che non ti ficchino in Parlamento. - Non andate in collera, zio. Orsù, vi aspettiamo domani sera
a pranzo. - Scrooge rispose che piuttosto lo volea vedere all'inf...
Sì davvero, la disse tutta la parola. Allora, forse, avrebbe accettato
l'invito. - Ma perché? - esclamò il nipote. - Perché? - Perché diamine ti sei accasato? - domandò Scrooge. - Perché ero innamorato. - Perché eri innamorato! - grugnì Scrooge, come se cotesta
fosse l'unica cosa al mondo più ridicola di un allegro Natale. - Buona
sera! - Ma voi, zio, non siete mai venuto a trovarmi prima. Perché
mo' vi appigliate a cotesto pretesto? - Buona sera, - disse Scrooge. - Niente voglio da voi; niente vi chiedo: perché non dobbiamo
essere amici? - Buona sera, - disse Scrooge. - Mi fa pena, proprio, di trovarvi così ostinato. Tra noi non
ci sono mai stati dissapori, ch'io ci abbia avuto colpa. Ho voluto fare
questa prova in onore di Natale, e il mio buonumore di Natale lo serberò
fino in fondo. Buon Natale dunque zio mio! - Buona sera, - disse Scrooge. - E buon principio d'anno per giunta! - Buona sera, - disse
Scrooge. Il nipote se n'andò. Né il nipote si lasciò sfuggire di bocca una sola parola dispettosa.
Andò via tranquillo e si fermò un momento alla porta esterna per fare
i suoi auguri al commesso, il quale, gelato com'era, aveva però addosso
più calore di Scrooge, perché cordialmente li ricambiò. - Eccone un altro - borbottò Scrooge che l'aveva udito: - il
mio commesso, con quindici scellini la settimana, moglie e figliuoli,
che parla di buon Natale. Mi chiuderò nel manicomio. - Cotesto lunatico intanto, facendo uscire il nipote di Scrooge,
aveva introdotto due altre persone. All'aspetto ed ai modi erano gentiluomini:
si cavarono il cappello e s'inchinarono a Scrooge. Avevano in mano fogli
e quaderni. - Scrooge e Marley, credo? - disse uno de' due guardando a
una sua lista. - Ho io l'onore di parlare al signor Scrooge o al signor
Marley? - Il signor Marley - rispose Scrooge - è morto da sette anni.
Morì sette anni fa, proprio questa notte. - Non dubitiamo punto - riprese a dire quel signore, presentando
le sue credenziali - che la sua liberalità abbia nel socio sopravvivente
un degno rappresentante. - Così senz'altro doveva essere; perché i due soci erano stati
come due anime in un nocciolo. Alla malaugurosa parola "liberalità"
Scrooge aggrottò le ciglia, crollò il capo e restituì le credenziali. - In questa gioconda ricorrenza, signor Scrooge - disse quel signore, prendendo una penna,- è più che mai desiderabile
il raccogliere qualche tenue soccorso per la povera gente sulla quale
ricade tutto il rigore della stagione. Ce n'ha migliaia che mancano
dello stretto necessario; centinaia di migliaia cui fa difetto il menomo
benessere. - Non ci sono prigioni? - domandò Scrooge. - Molte anzi - rispose l'altro posando la penna. - E gli Ospizi? gli hanno chiusi forse? - No davvero; così si potesse! - Sicché il mulino de' forzati e la legge su' poveri son sempre
in vigore? - Sempre, ed hanno anche un gran da fare. - Oh! io avevo temuto alle vostre prime parole, che qualche
malanno avesse rovinato coteste utili istituzioni, - disse Scrooge.
- Mi fa piacere di sentire il contrario. - Mossi dal pensiero che esse non procacciano alla moltitudine
un qualunque benessere cristiano di anima o di corpo - rispose quel
signore - alcuni di noi si danno attorno per raccogliere un tanto da
comprare ai poveri un po' di cibo e un po' di carbone. Scegliamo quest'epoca,
come quella in cui il bisogno è più acuto e l'abbondanza rallegra. Per
che somma volete che vi segni? - Per niente! - rispose Scrooge. - Vi piace serbar l'anonimo? - Mi piace non essere disturbato. Poiché lo volete sapere,
signori miei, ecco quel che mi piace. Per conto mio, non mi do bel tempo
a Natale, né voglio fornire ai fannulloni i mezzi di darsi bel tempo.
Pago la mia brava quota per gli stabilimenti che sapete: costano di
molto: chi non sta bene fuori, ci vada. - Molti non possono, e molti altri preferirebbero la morte.
- Se così è, si servano pure - disse Scrooge; - scemerebbe
di tanto il soverchio della popolazione. In fondo poi, scusatemi, io
non ne so niente. - Non vi riuscirebbe difficile di saperlo - osservò l'altro. - Non è affar mio - ribatté Scrooge. - È già molto che ci si
raccapezzi negli affari nostri, senza immischiarci in quelli degli altri.
I miei mi pigliano tutta la giornata. Buona sera, signori! - Vista l'inutilità di ogni altra insistenza, i due gentiluomini
si accomiatarono. Scrooge si rimise al lavoro, molto contento del fatto
suo e di più lieto umore che mai non fosse stato. Intanto la nebbia e le tenebre si facevano così fitte che degli
uomini armati di torce correvano per le vie, profferendosi a far da
guide alle carrozze. La vecchia torre di una chiesa, la cui campana
arcigna pareva guardare a Scrooge dall'alto della sua finestra gotica,
divenne invisibile e prese a suonare le ore e i quarti nelle nuvole
con un certo prolungato tremolio come se i denti le battessero. Il freddo
infierì. Alla cantonata alcuni operai, intenti a restaurare i tubi del
gas, avevano acceso un gran fuoco in un braciere, e intorno a questo
una mano di uomini e di ragazzi cenciosi s'era raccolta: si scaldavano
le mani e battevano le palpebre alla fiamma, beati. La fontanina, abbandonata
a sé stessa, s'incoronava malinconicamente di ghiacci. I lumi delle
botteghe, dove i ramoscelli di agrifoglio crepitavano al calore delle
fiamme, facevano rosseggiare le facce pallide dei passanti. Le mostre
dei pollaioli e dei salumai erano mostre davvero; e così splendide,
da parere quasi impossibile che la volgarità del comprare e del vendere
ci avesse niente che vedere. Il lord Mayor, nella sontuosità fortificata
del suo palazzo, impartiva ordini ai suoi cinquanta cuochi e canovai
perché si festeggiasse il Natale come s'addice alla casa di un lord
Mayor. E perfino il sartuccio, da lui multato di cinque scellini il
lunedì avanti per essere andato attorno ubriaco e assetato di sangue,
si dava da fare nella sua soffitta per preparare il pranzetto del giorno
appresso, mentre la moglie magrina con in collo la bimba andavano fuori
a comprare il pezzo di carne che ci voleva. E cresceano la nebbia ed il freddo! Un freddo pungente, tagliente,
mordente. Se il buon San Dustano, lasciando le solite sue armi, avesse
un po' carezzato il naso dello Spirito maligno con un tempo di quella
fatta, è certo che lo avrebbe fatto strillare come un'aquila. Il proprietario
di un miserabile nasetto, rosicchiato dal freddo famelico come un osso
dai cani, si fermò davanti allo studio di Scrooge per allietarne l'inquilino
con una canzonetta natalizia; ma alle prime parole: Dio vi tenga, o buon signore, Sano il corpo e allegro il core... Scrooge die' di piglio alla riga con tanta furia che il cantore
scappò atterrito, lasciando libera la porta alla nebbia e alla gelata,
meglio adatte al luogo che il canto non fosse. Arrivò l'ora finalmente di chiudere il banco. A malincuore
Scrooge smontò dal suo sgabello, dando così un tacito segno al commesso,
il quale soffiò subito sulla candela e si pose il cappello. - Mi figuro - disse Scrooge - che la giornata di domani la
vorrete tutta, eh? - Se vi piace, signore. - Non mi piace punto e non è giusto. Se vi risecassi per questo
un mezza corona, scommetto che vi riterreste trattato male, non è così?
- Il commesso sbozzò un debole sorriso. - Eppure - proseguì Scrooge - a voi non vi pare che io sia
trattato male, quando sborso il salario di una giornata per niente.
- Il commesso notò che si trattava di una volta all'anno. - Bella scusa per cacciar le mani nelle tasche d'un galantuomo
ogni 25 di dicembre! - esclamò Scrooge abbottonandosi il pastrano fin
sotto il mento. - Vada per tutta la giornata, poiché così ha da essere.
E badate almeno a trovarvi qui più presto del solito doman l'altro! - Il commesso promise, e Scrooge se n'uscì grugnendo. Detto
fatto, il banco fu chiuso, e il commesso, co' capi del fazzoletto bianco
che gli pendevano fin sotto al farsettino (pastrano non ne sfoggiava)
se n'andò a fare una sdrucciolata sul ghiaccio dietro una brigata di
monelli, in onore della vigilia di Natale, e poi diritto a casa a Camden
Town per giuocare a mosca cieca. Scrooge fece il suo malinconico desinare nell'usata malinconica
osteria. Dié una scorsa a tutti i giornali e si sprofondò nel suo squarcetto,
ammazzò la serata e si avviò a casa per mettersi a letto. Abitava un
quartiere, o meglio una sfilata di stanze, già un tempo proprietà del
socio defunto, in un vecchio e bieco caseggiato che si nascondeva in
fondo ad un chiassuolo. Davvero, quel caseggiato in quel posto non si
sapeva che vi stesse a fare: si pensava, mal proprio grado, che da bambino,
facendo a rimpietterelli con altre case, si fosse rincattucciato lì
e non avesse più saputo venirne fuori. Oramai s'era fatto vecchio ed
arcigno. Non ci abitava che Scrooge: tutte le altre stanze erano date
via in fitto per studi di commercio. Era così buio il chiassuolo, che
lo stesso Scrooge, pur conoscendolo pietra per pietra, vi brancolava..
La nebbia incombeva così spessa davanti alla porta scura della casa,
da far credere che il Genio dell'inverno stesse lì a sedere sulla soglia,
assorto in una lugubre meditazione. Ora, certo è che il picchiotto della porta, oltre ad essere
massiccio, non aveva in sé niente di speciale. È anche certo che Scrooge,
da che abitava lì, l'aveva visto mattina e sera; E lo stesso Scrooge,
inoltre, era dotato di così temperata fantasia quanto alcun'altra persona
nella City di Londra, compresi, con rispetto parlando, tutti i membri
del corpo municipale. Si badi altresì a questo che Scrooge non aveva
pensato un sol momento a Marley, dopo averne ricordato la morte, quel
giorno stesso avvenuta sette anni addietro. E dopo di ciò, mi spieghi
chi vuole come seguisse che Scrooge, ficcata che ebbe la chiave nella
toppa, vide nel picchiotto, da un momento all'altro, non più un picchiotto,
ma il viso di Marley. Il viso di Marley. Non avvolgevasi già, come ogni altra cosa
intorno, nell'ombra fitta; anzi raggiava un certo bagliore livido come
un gambero andato a male in un oscuro ripostiglio. Non era crucciato
o feroce; fissava Scrooge come Marley soleva fare, e lo fissava con
occhiali da spettro alzati sopra una fronte da spettro. I capelli sollevavansi
stranamente quasi mossi da un soffio o da un'aria calda; gli occhi,
benché sbarrati, erano immobili; la faccia livida. Una cosa orrenda:
se non che l'orrore era estraneo all'espressione di quel viso e in certo
modo gli era imposto. Scrooge si fermò e stette a guardare il fenomeno. Il picchiotto
tornò ad esser picchiotto. Non si può dire ch'egli non trasalisse e che il sangue non
gli desse un tuffo, come non gli era mai avvenuto. Nondimeno riafferrò
la chiave, che aveva lasciato un momento, la girò con forza, entrò e
accese la candela. Sì; prima di chiudere la porta, stette un po' irresoluto, ed
anzi si piegò cautamente a guardare dall'altra parte, quasi temesse
di veder scodinzolare fino nella corte il codino di Marley. Ma niente
c'era, altro che le capocchie delle viti che reggevano il picchiotto.
"Via, via!" disse Scrooge, e sbatacchiò la porta. Rimbombò il rumore per tutta la casa come un tuono. Ogni stanza
di sopra, ogni botte nella cantina del vinaio di sotto, echeggiò per
suo conto. Scrooge non era uomo da aver paura degli echi. Menò il paletto
alla porta, traversò la corte, prese a salir le scale a tutto suo comodo
e smoccolando la candela. Voi mi parlerete di quelle brave gradinate d'una volta su per
le quali ci si poteva andare con un tiro a sei; ma io vi so dire che
per questa scalinata di Scrooge ci poteva anche salire un carro mortuario,
portato di traverso, col timone verso il muro e lo sportello verso la
ringhiera; e senza fatica, anche. Del posto ce n'era più del bisogno.
E dovette essere per questo che Scrooge si figurò di vedersi davanti
uno di cotesti carri che lo precedeva nel buio. Una mezza dozzina di
fiammelle di gas non avrebbero bastato a far lume in quel forno; pensate
dunque che bel chiarore notturno spandesse intorno la misera candela
di Scrooge. Scrooge andava su, senza curarsene un fico secco: l'oscurità
costa poco, e a Scrooge gli piaceva. Se non che, prima di tirarsi dietro
la porta massiccia, visitò una per una tutte le stanze per vedere se
ogni cosa era in regola. Può darsi che un certo ricordo confuso della
faccia con gli occhiali lo spingesse a far questo. Salotto, camera, stanzone, tutto in ordine. Nessuno sotto la
tavola, nessuno sotto il canapè; un fuocherello nel caminetto; pronti
il cucchiaio e la tazza; il ramino con l'orzo sulla fornacetta (Scrooge
aveva una infreddatura di testa). Nessuno sotto il letto; nessuno nel
gabinetto; nessuno nella veste da camera, pendente dalla parete in attitudine
sospetta. Lo stanzone come al solito: un vecchio parafuoco, un vecchio
par di scarpe, due ceste da pesce, un lavamani a tre gambe e un par
di molle. Rassicurato, tirò a sé la porta e si chiuse, contro il solito,
a doppia mandata. Si tolse la cravatta, si cacciò nella veste da camera,
nelle pantofole e nel berretto da notte; sedette davanti al fuoco per
prendere il suo decotto. Era un fuoco meschino; meno di niente in una notte come quella.
Dovette accostarvisi dappresso e quasi covarlo, prima di spremerne il
menomo calore. Il caminetto decrepito era stato costruito tanti anni
fa da qualche mercante olandese con intorno un ammattonato fiammingo
tutto pieno de' fatti della Storia Sacra. Ci erano de' Caini e degli
Abeli; figlie de' Faraoni, regine di Saba, messi celesti calanti per
l'aria sopra nuvole a foggia di piumini, Abrami, Baldassarri, Apostoli
che salpavano in tante salsiere, centinaia di figure da attrarre i suoi
pensieri. Eppure, quel cosiffatto viso di Marley, morto da sette anni,
veniva come la verga dell'antico profeta ad ingoiare ogni cosa. Se ciascuno
di quei mattoni vetriati fosse stato bianco e capace di riprodurre una
figura fatta dai minuzzoli de' pensieri di lui, si sarebbero viste senza
meno altrettante facce del vecchio Marley. - Sciocchezze! - disse Scrooge; e si diede a passeggiare su
e giù per la camera. Dopo un poco tornò a sedere. Arrovesciando il capo sulla spalliera
del seggiolone, gli venne fatto di fermar gli occhi sopra un campanello
disusato, che per una ragione o per l'altra comunicava con una camera
posta in cima al caseggiato. Con uno stupore grande, con un terrore
nuovo, inesplicabile, egli vide quel campanello dondolare un poco. È
così dolce era quel dondolio in principio che appena dava un filo di
suono; ma di lì a poco squillò con violenza e tutti i campanelli della
casa risposero allo squillo stridente. Durò la cosa forse un minuto, forse mezzo: ma sembrò che durasse
un'ora. Tutti i campanelli smessero insieme, di botto, come avevano
cominciato. Successe a quel suono un rumore di ferramenta, uscente dalle
viscere della terra, come se qualcuno strascinasse una sua catena fra
le botti della cantina del vinaio. Scrooge si sovvenne allora di aver
sentito dire che gli spiriti, nelle case dove ci si sente, strascinano
catene. L'uscio della canova si spalancò con fracasso; il rumore si
fece più forte a terreno; poi si udì suonare su per le scale; poi venne
difilato verso la camera. - Eh via, sciocchezze! - disse Scrooge. - Non ci credo mica,
io. - Si fece bianco però, quando subito dopo lo spettro traforò
la porta massiccia e gli entrò in camera, davanti agli occhi. Nel punto
stesso la fiamma morente die' un guizzo come se volesse dire: "Lo
conosco! È lo spirito di Marley!" e subito ricadde. Lo stesso viso, proprio lo stesso. Marley col suo codino, col
solito panciotto, le brache attillate, gli stivaloni, le cui nappine
di seta tentennavano insieme col codino, con le falde del soprabito
e co' capelli ritti sul capo. La catena strascinata lo stringeva alla
cintola. Era lunga e gli s'avvinghiava attorno come una coda, ed era
fatta, come Scrooge ebbe a notare, di scrigni, chiavi, lucchetti, libri
mastri, fogliacci e pesanti borse di acciaio. Aveva il corpo trasparente;
sicché Scrooge, osservandolo e guardandolo attraverso il panciotto,
vedeva i due bottoni di dietro del vestito. Scrooge avea spesso sentito dire che Marley era un uomo senza
visceri, ma soltanto adesso ci credeva. No davvero, non ci credeva nemmeno. Benché se lo vedesse davanti
quello spettro e lo passasse con l'occhio da parte a parte, benché da
quegli sguardi impietriti nella morte si sentisse accapponar la pelle,
benché notasse perfino l'ordito del fazzoletto che gli copriva il capo
e gli s'annodava sotto il mento, al che sulle prime non avea badato,
era nondimeno incredulo sempre e lottava contro i propri sensi. - Che vuol dire ciò? - interrogò Scrooge, freddo e mordace
come sempre. - Che volete da me? - Molto! - Era la voce di Marley, precisa. - Chi siete voi? - Domandami chi fui. - Bene, chi foste? - disse Scrooge alzando la voce. - Siete
un tantino pedante, mi pare, per essere un'ombra. - In vita, fui il tuo socio, Giacobbe Marley. - Potreste... sedere? - domandò Scrooge guardandolo dubbioso.
- Posso. - Sedete, dunque. - Scrooge domandò la cosa, per vedere se uno spettro così diafano
fosse in grado di pigliare una seggiola; nel caso che no, lo avrebbe
costretto ad una spiegazione imbarazzante. Ma lo spettro gli sedette
in faccia, dall'altra parte del caminetto, come se non avesse mai fatto
altro. - Tu non credi in me - disse poi. - No - rispose Scrooge. - Che altra prova vorresti oltre quella dei sensi? - Non lo so. - Perché dubiti dei tuoi sensi? - Perché un nonnulla basta a turbarli. Un lieve disturbo di
stomaco ci muta il bianco in nero. Voi potreste essere un pezzetto di
carne mal digerito, uno schizzo di senapa, una briciola di formaggio,
un frammento di patata mal cotta. Chiunque siate, c'è in voi più della
marmitta che della marmotta! - Scrooge non si dilettava molto di questi giochetti di parole,
né in cuor suo si sentiva adesso corrivo alla celia. Fatto sta che ch'ei
si studiava di esser faceto come per distrarsi e per domare il terrore;
perché veramente la voce dello Spettro lo faceva rabbrividire fino al
midollo delle ossa. Star lì a sedere, fissando quelle pupille vitree, e non aprir
bocca fosse pure per un momento, sarebbe stato lo stesso che spiritare.
Scrooge lo capiva molto bene. C'era anche questo terribile, che lo Spettro
si avvolgeva quasi in una propria atmosfera infernale. Non già che Scrooge
la sentisse; ma è certo che, ad onta della perfetta immobilità dello
Spettro, i capelli ritti, le falde del soprabito, le nappine degli stivaloni,
tremavano sempre come se mossi dal fiato caldo di un forno. - Vedete questo steccadenti? - disse Scrooge tornando subito
alla carica pel motivo ora detto, e volendo, fosse pure per un istante,
sottrarsi allo sguardo impietrito del fantasma. - Lo vedo - rispose lo Spettro. - Ma voi non lo guardate nemmeno - disse Scrooge. - Lo vedo nondimeno - disse ancora lo Spettro. - Bene! - ribatté Scrooge. - Non ho che ad ingozzarlo, e tutto
il resto dei miei giorni avrà alle calcagna una frotta di spiriti folletti,
tutti di mia propria creazione. Sciocchezze. vi dico; sciocchezze! - A questo lo Spettro diè uno strido orrendo, e scosse la catena
con così tetro e rovinoso fracasso, che Scrooge si tenne forte alla
seggiola per non cadere svenuto. Ma come crebbe il suo terrore, quando,
togliendosi lo Spettro la benda che gli fasciava il capo, quasi sentisse
troppo caldo, la mascella inferiore gli ricascò sul petto! Scrooge cadde ginocchioni e si strinse la faccia nelle mani. - Grazia! - esclamò. - Terribile apparizione, perché mi fate
paura? - Uomo dall'anima mondana! - rispose lo Spettro, - credi adesso
o non credi? - Credo - balbettò Scrooge, - debbo credere. Ma perché mai
gli spiriti vanno attorno e perché vengono da me? - Deve ogni uomo - rispose lo Spettro - con l'anima che ha
dentro girare in mezzo ai suoi simili, viaggiare il più che può; se
non lo fa in vita, è condannato a farlo in morte. È dannato ad errare
pel mondo, oh me infelice! a vedere il bene senza poterlo godere, quel
bene che avrebbe potuto dividere con gli altri sulla terra e che avrebbe
fatto la sua felicità! - Qui lo Spettro mise un altro strido, squassò la catena, si
torse le mani diafane. - Siete incatenato - osservò Scrooge, tremando. - Perché? - Porto la catena che mi son fabbricato in vita - rispose lo
Spettro. - L'ho fatta io stesso anello per anello, pezzo a pezzo; io
stesso me la cinsi per volontà mia, e di volontà mia la portai. Ti par
nuova forse a te? - Scrooge tremava sempre più forte. - O vorresti sapere - proseguì lo Spettro - il peso e la lunghezza
della gomena che porti tu stesso? Era per l'appunto lunga e grave come
questa mia, sette anni fa. Ci hai lavorato poi. Una catena di gran valore,
adesso! - Scrooge si guardò intorno per terra, figurandosi di vedersi
avviluppato in cinquanta o sessanta metri di gomena ferrata: ma niente
vide. - Giacobbe - disse supplichevole. - Mio vecchio Giacobbe Marley,
ditemi qualche altra cosa. Datemi un po' di consolazione, Giacobbe mio!
- Nessuna consolazione da me - rispose lo Spettro. - Altre
regioni le mandano, o Ebenezer Scrooge, altri ministri le portano, altri
uomini le ricevono. Né ti posso dire tutto quel che vorrei: poche altre
parole, e basta. A me non è concesso un momento di riposo o d'indugio.
Il mio spirito non varcò mai la soglia del nostro banco, bada bene!;
da vivo, il mio spirito non uscì mai dai limiti angusti del nostro stambugio.
Lunghi e faticosi viaggi mi aspettano oramai! - Soleva Scrooge, quante volte prendesse a meditare, cacciarsi
le mani nelle tasche delle brache. Così fece adesso, ruminando le cose
dette dallo Spettro; ma non alzò gli occhi e stette sempre ginocchioni.
- Bisogna dire che siete andato un po' lento, Giacobbe mio - notò Scrooge,
da uomo d'affari, ma con deferente umiltà. - Lento! - ripeté lo Spettro. - Morto da sette anni e sempre in viaggio? - Sempre. Né riposo, né pace: Tortura assidua del rimorso. - Viaggiate presto? - Sulle ali del vento. - Ne avrete visto dei paesi in sette anni! - mormorò Scrooge. Udendo queste parole, lo Spettro mise un altro strido e così
terribilmente fece suonar la catena nel silenzio della notte, che la
guardia avrebbe avuto ragione di multarlo come disturbatore notturno. - Oh! schiavo, incatenato, oppresso di ceppi! - urlò - a non
sapere che secoli e secoli di assiduo lavoro compiuto da creature immortali
a pro di questa terra passeranno nell'eternità prima che tutto sia sviluppato
il bene ond'essa è capace; a non sapere che ogni spirito cristiano,
pur lavorando nella piccola sfera assegnatagli, qualunque essa sia,
troverà troppo breve la vita mortale ad esercitare tutti i mezzi innumerevoli
del rendersi utile; a non sapere che non c'è durata di rammarico la
quale ci assolva dalle occasioni perdute nella vita! E questo io ho
fatto! e tale ero io! - Ma voi, Giacobbe, foste sempre un eccellente uomo d'affari,
- mormorò Scrooge, che incominciava a fare un'applicazione personale
di tutto questo. - Affari! - esclamò lo Spettro, tornando a torcersi le mani.
- I miei simili erano i miei affari. Il benessere comune, la carità,
la misericordia, la sopportazione, la benevolenza, questi erano i miei
affari. Nell'oceano immenso dei miei affari le operazioni del mio commercio
non erano che una gocciola d'acqua! - Sollevò la catena per quanto il braccio era lungo, come se
in quella fosse la causa della sterile angoscia, e tornò a sbatterla
in terra con fracasso. - In questa stagione dell'anno cadente - proseguì lo Spettro
- io soffro di più. Perché mai, in mezzo alla folla dei miei simili,
passavo io con gli occhi abbassati alla terra, perché una volta non
gli alzai verso quella stella benedetta che guidò un giorno i sapienti
ad un povero abituro? Non potevo io forse, io, esser guidato da quella
luce ad altri poveri abituri? - Scrooge, più che mai atterrito alle parole incalzanti dello
Spettro, incominciò a tremare come una canna. - Ascoltami! - comandò lo Spettro. - L'ora mia è vicina. - Ascolto - rispose Scrooge. - Ma non calcate la mano, ve ne
prego! non mi schiacciate di eloquenza, Giacobbe! - Come io mi ti mostri in forma visibile, non so. Molti e molti
giorni di fila ti sono stato ai fianchi invisibile. - L'idea non era piacevole. Scrooge rabbrividì e si asciugò
il sudore dalla fronte. - Né questa è piccola parte del mio supplizio,
- proseguì lo spettro. - Son qui stasera per avvertirti che ancora una via t'avanza
e una speranza di sfuggire al mio fato. E sono io, Ezeneber, io che
ti offro cotesta speranza e cotesta via. - Voi siete sempre stato per me un buon amico, - disse Scrooge.
- Grazie! - Avrai la visita - soggiunse lo spettro - di tre Spiriti. - La faccia di Scrooge si fece bianca quasi come quella dello
Spettro. - Ed è questa la via, è questa la speranza che mi offrite,
Giacobbe? - interrogò con un filo di voce. - Questa è. - Io... io davvero ne farei di meno, - disse Scrooge. - Senza la visita loro, - ammonì lo Spettro, - tu non eviterai
il sentiero che io batto. Aspettati il primo per domani, quando la campana
avrà battuto un'ora. - Non potrei - insinuò Scrooge - non potrei pigliarli tutti
e tre in una volta e farla finita? - Aspetterai il secondo la notte appresso alla stessa ora.
Il terzo, la terza notte, all'ultima vibrazione della dodicesima ora.
Me, non mi vedrai più; ma ricordati, per amor tuo, ricordati di quanto
è accaduto tra noi! - Ciò detto, lo spettro tolse il fazzoletto dalla tavola e
se lo avvolse come prima, intorno al capo. Scrooge se n'accorse dallo
scricchiolio dei denti quando le mascelle si urtarono, strette dalla
benda. Alzò gli occhi dubbiosi e si ritrovò ritto davanti il suo visitatore
soprannaturale, con la catena avvolta al braccio. L'apparizione si scostò rinculando; ad ogni suo passo, la finestra
si apriva un poco, sicché, quando lo Spettro vi giunse, era spalancata.
Lo Spettro fece un cenno, Scrooge si accostò. Quando furono due passi
distanti, lo Spettro alzò la mano perché si fermasse. Scrooge si fermò. Più dell'obbedienza potevano in lui la stupefazione ed il terrore;
perché, all'alzarsi di quella mano, egli udì dei rumori confusi nell'aria;
suoni incoerenti di dolore e di disperazione; sospiri e guai di profonda
angoscia e di rimorso. Lo Spettro, stato un po' in ascolto, si unì al
funebre coro e si dileguò nella oscurità della notte. Scrooge, nell'agonia della curiosità, corse alla finestra e
guardò di fuori. L'aria era piena di fantasmi, che erravano di qua e di là senza
posa, traendo guai. Ciascuno, come lo spettro di Marley, trascinava
una catena; ce n'erano di quelli incatenati insieme, ed erano forse
membri di governi malvagi; nessuno era libero. Molti, da vivi, erano
stati conoscenze personali di Scrooge. Era stato intrinseco con un vecchio
spettro in panciotto bianco, con un enorme scrigno ferrato attaccato
alla caviglia, il quale disperatamente piangeva per non poter soccorrere
una povera donna con in collo un bambino, ch'ei vedeva giù, sulla soglia
d'una porta. Il supplizio di tutti loro era questo, senz'altro, di voler
entrare nelle faccende umane per fare un po' di bene e di averne per
sempre perduto il potere. Se coteste creature si fossero risolute in nebbia o se la nebbia
le avesse avvolte, Scrooge non potea dire. In un sol punto, sparvero
gli spettri e tacquero le voci. Tornò la notte profonda. Scrooge chiuse la finestra ed esaminò la porta di dove lo Spettro
era entrato. Era chiusa a doppia mandata, com'egli stesso con le proprie
mani avea fatto. I chiavistelli erano al posto. Gli corse alla bocca:
"Sciocchezze!" ma alla prima sillaba si fermò in tronco. Si
sentiva stracco, sia dalle fatiche del giorno o dall'ora tarda, sia
piuttosto dalla commozione sofferta, dal balenio del mondo invisibile,
dalle tristi parole dello Spettro. Tutto vestito com'era se n'andò a
letto e si addormentò all'istante. STROFA II Il primo dei tre spiriti.
Quando Scrooge si destò, era così fitto il buio, che guardando
dal letto, ei distingueva appena la finestra trasparente dalle pareti
opache della camera. Ficcava nelle tenebre i suoi occhi da furetto,
quando all'orologio di una chiesa vicina suonarono i quattro quarti.
Scrooge stette in ascolto per sentir l'ora. Con suo grande stupore, la grave campana passò dai sei colpi
ai sette agli otto, e così fino a dodici. Allora tacque. Mezzanotte!
erano le due passate quando s'era messo a letto. L'orologio andava male.
Qualche ghiacciuolo s'era insinuato nelle ruote. Mezzanotte! Premette la molla del suo orologio a ripetizione per correggere
lo sproposito di quell'altro. Il rapido polso della macchinetta batté
dodici colpi e s'arrestò. - Eh via, non può essere - disse Scrooge - ch'io abbia dormito
tutta una giornata e una seconda notte. Non può essere che gli abbia
pigliato qualche malanno al sole e che sia mezzanotte quando è mezzogiorno! - L'idea era allarmante, sicché egli tiratosi fuori del letto
andò brancolando verso la finestra. Fregò con la manica della veste
da camera sui vetri per veder qualche cosa; ma un gran che non arrivò
a vedere. Vide che la nebbia era fitta e sentì un freddo indiavolato;
nessun rumore per la via, nessuno strepito di gente che corresse su
e giù, come senz'altro doveva essere se mai la notte avesse ammazzato
il giorno e preso possesso del mondo. Questo fu un gran sollievo, perché,
con la soppressione dei giorni, se n'andava in fumo l'eloquenza di certi
suoi fogli: "A tre giorni data pagherete per questa mia prima di
cambio all'ordine del signor Ebenezer Scrooge..." Scrooge se ne tornò a letto, e messosi a pensare, a ruminare,
a mulinare, a stillarsi il cervello sulla stranezza del caso, non ne
cavò niente di niente. Più ci pensava, più s'imbrogliava; e più si sforzava
di non pensare, più forte ci pensava. Lo spettro di Marley lo turbava
assai. Quante volte, dopo maturo esame, risolveva in mente sua che tutto
era stato un sogno, subito, come una molla che scattasse, il pensiero
tornava indietro e gli ripresentava lo stesso problema da sciogliere:
"Era stato o non era stato un sogno?" Stette così fino a che
l'orologio ebbe battuto altri tre quarti, e gli sovvenne allora, di
colpo, che lo Spettro gli aveva annunziata una certa visita allo scocco
dell'una. Risolvette di star desto fino a che l'ora fosse passata; e,
considerando che oramai gli era così facile addormentarsi come volare
nella luna, era quello il più saggio partito cui si potesse appigliare.
Quest'ultimo quarto gli sembrò così lungo, che più di una volta
sospettò di essersi appisolato e di non aver sentito suonar l'ora. Alla
fine uno squillo gli percosse l'orecchio. - Din, don! - Un quarto- disse Scrooge contando. - Din, don! - Mezz'ora - disse Scrooge. - Din, don! - Tre quarti - disse Scrooge. - Din, don! - Il tocco - esclamò Scrooge trionfante - e nient'altro! - Avea parlato prima che il colpo battesse, il quale seguì
subito con un suono profondo, cupo, dolente. Una luce improvvisa balenò
nella camera e le cortine del letto furono tirate. Dico che le cortine furono tirate da una mano: non già a capo
od a piedi, ma proprio in quel punto dove egli avea volta la faccia.
Le cortine furono tirate da parte; e Scrooge, balzando a sedere, si
trovò faccia a faccia con l'essere soprannaturale che le avea tirate,
così vicino come io a voi, io che sto in ispirito al vostro fianco. Era una strana figura, un che tra il bambino ed il vecchio.
Per un'arcana lontananza pareva ridotto alle proporzioni infantili.
Aveva canuti i capelli, fluenti sul collo e giù per le spalle; ma non
una ruga sul viso anzi il rigoglio più fresco. Lunghe le braccia e muscolose;
e così pure le mani, come se dotate di una forza non comune. Di forme
delicatissime le gambe e i piedi, nudi a pari delle braccia. Portava
una tunica candidissima stretta alla vita da una cintura lucente. In
mano teneva un ramoscello di verde agrifoglio; e, per uno strano contrasto
a cotesto emblema invernale, avea la tunica tutta adorna di fiori d'estate.
Ma la cosa più singolare era questa, che dal capo gli sprizzava un getto
di luce viva pel quale tutte quelle cose si vedevano; ed era per questo
senz'altro ch'egli si dovea servire, nei suoi momenti cattivi, di un
cappellone a foggia di spegnitoio che ora si teneva sotto il braccio. Ma nemmeno questa, quando Scrooge l'ebbe guardato meglio, era
la stranezza maggiore. Perché, scintillando quella sua cintura in qua
e in là con un subito scambio di luce e di ombra, la stessa persona
pareva fluttuante e mutevole: ed ora si mostrava con un braccio solo,
ora con una gamba, ora con venti gambe o con un par di gambe senza capo
o con un capo senza corpo; né delle parti dissolventesi un qualunque
tratto si potea scorgere nel buio fitto che le ingoiava. Di botto, tornava
a essere come prima, chiaro e ben distinto. - Siete voi lo Spirito - domandò Scrooge - la cui visita m'era
stata predetta? - Sono! - Soave era la voce, ma così piana che pareva venir da lontano.
- Chi siete e che cosa siete? - domandò Scrooge. - Sono lo Spirito di Natale passato. - Passato da molto tempo? - chiese Scrooge, badando alla piccolezza
del suo interlocutore. - No. L'ultimo Natale vostro. - Forse, se qualcuno gliene avesse chiesto, Scrooge non ne
avrebbe saputo dire il perché; ma una gran voglia lo pungeva di veder
lo Spirito con lo spegnitoio in capo. Epperò lo pregò che si covrisse.
- E che! - esclamò lo Spirito - vuoi tu spegnere così presto
con mani profane la luce ch'io mando? Non ti basta di essere stato fra
coloro le cui passioni fabbricarono questo cappello e mi hanno dannato
a portarlo per anni e secoli calcato sulla fronte! - Scrooge umilmente dichiarò di non avere avuto alcuna intenzione
di offenderlo né aver mai fatto cosa per cui lo Spirito dovesse "prender
cappello". Osò poi domandare che motivo lo aveva fatto venire.
- La tua salute! - rispose lo Spirito. Scrooge se ne professò obbligatissimo, pensando nondimeno che
una notte di riposo non disturbato avrebbe meglio giovato a quello scopo.
Lo Spirito, si vede, lo udì pensare, perché subito disse: - Il tuo riscatto, allora. Bada! - Così dicendo, stese la mano e dolcemente lo prese pel braccio.
- Sorgi e seguimi! - Invano avrebbe Scrooge allegato che il tempo e l'ora non
si addicevano a una passeggiata a piedi; che il letto era caldo e il
termometro sotto zero; che tutto il suo vestito si riduceva alla veste
da camera, alle pantoffole e al berretto da notte; e che una infreddatura
lo tormentava. Non c'era verso di resistere a quella stretta, benché
soave come quella di una mano di donna. Si alzò; ma vedendo che lo spirito
si avviava alla finestra, gli s'attaccò alla tunica in atto supplichevole.
- Sono un mortale - protestò - e potrei anche cadere. - Che la mia mano ti tocchi qui! - disse lo Spirito ponendogliela
sul cuore - e ben alto sarai sostenuto! - A questo, passarono insieme attraverso il muro, ed ecco si
trovarono in aperta campagna, sopra una strada che i campi fiancheggiavano.
La città era scomparsa; non ne avanzava vestigio. Il buio e la nebbia
eransi dileguati con essa, ed era una limpida giornata d'inverno, e
la neve biancheggiava al sole. - Dio di misericordia! - esclamò Scrooge stringendo le mani
e volgendosi intorno. - Qui son venuto su io; qui ho passato la mia
fanciullezza! - Lo Spirito lo guardò con dolcezza. Quella sua stretta gentile,
benché lieve e istantanea, era sempre sentita dal vecchio. Il quale
anche aspirava migliaia di profumi vaganti per l'aria, connessi ciascuno
con migliaia di pensieri, e speranze, e gioie, e dolori da gran tempo
caduti in oblio. - Il tuo labbro trema - disse lo Spirito. - È che hai costì sulla guancia? - Scrooge balbettò, con un
insolito balbettio della voce, che quella era una pustoletta, nient'altro.
Era pronto a seguire lo Spirito dove meglio gli piacesse. - Ti ricordi la via? - domandò lo Spirito. - Se me ne ricordo! - esclamò Scrooge. - Ci andrei ad occhi
chiusi. - Strano però che per tanti anni te ne sia scordato! - osservò
lo Spirito. - Andiamo. - E andarono per quella via. Scrooge riconosceva ogni cancello,
ogni albero, ogni piolo; quand'ecco apparve in distanza un villaggetto,
col suo bravo ponte, la sua chiesa, il suo fiume tortuoso. Videro venire
al trotto certi cavallini, montati da ragazzi, i quali chiamavano altri
ragazzi in biroccino o su qualche carretta, guidati da un fattore. Tutti
cotesti ragazzi erano in grande allegria e tante grida si scambiavano
che la vasta campagna suonava di una musica gioconda e l'aria stessa
rideva in udirla. - Queste - disse lo Spirito - sono ombre di cose che furono.
Non hanno coscienza di noi. - I lieti viaggiatori si avvicinavano; e via via, Scrooge li
riconosceva e diceva il nome di ciascuno. Perché si rallegrava oltre
ogni dire in vederli? perché gli brillava la fredda pupilla e il cuore
gli diè un balzo? perché sentì un'insolita dolcezza, udendoli augurarsi
un allegro Natale, nel punto di separarsi nei crocicchi o nei sentieri
traversi per andarsene alle case loro? Che gli premeva a Scrooge di
un allegro Natale? Al diavolo il Natale con tutta l'allegria! Che bene
gli aveva mai fatto il Natale? - La scuola non è ancora deserta - disse lo Spirito. - C'è
un ragazzo lì, vedilo, che i compagni hanno lasciato da solo. - Scrooge disse di riconoscerlo, e un impeto di singhiozzo
lo prese alla gola. Uscirono dalla via maestra per un ben noto sentiero, e presto
si avvicinarono ad un fabbricato rossastro, col suo capannuccio in alto
e la sua banderuola e in quello una campana sospesa. Era una gran casa,
ma caduta in bassa fortuna; deserti gli stanzoni, umide e muffite le
pareti, rotte le finestre e sdrucite le porte. I polli chiocciavano
e si pavoneggiavano nelle stalle; le rimesse e le tettoie erano preda
dell'erba. Né la parte interna serbava traccia dell'antico stato; perché,
entrando nella corte malinconica e guardando per le porte spalancate
di molte sale, videro queste miseramente fornite, fredde, ampie. C'era
nell'aria un sentore terrigno, una nudità freddolosa in tutto, che in
certo qual modo si associava all'idea dell'alzarsi troppo presto a lume
di candela e del non aver molto da mangiare. Andarono, lo Spirito e Scrooge, di là della corte verso una
porta alle spalle della casa. Si aprì loro davanti, mostrando un camerone
nudo e malinconico, che pareva anche più vuoto di quel che era per certe
file di banchi e di leggii. Ad uno di questi, presso un misero fuocherello,
leggeva tutto solo un ragazzo; e Scrooge cadde a sedere sopra uno di
questi banchi e pianse a riveder sé stesso, misero, dimenticato, come
allora soleva essere. Non un'eco latente nella casa, non un rosicchio di topo, non
una gocciola cadente nella corte della fontanina gelata a mezzo, non
un sospiro fra i rami spogliati di un misero pioppo, non lo sbattimento
monotono della porta di un magazzino vuoto, no, non un crepitio del
fuoco che non cadesse soave sul cuore di Scrooge, che non gli spremesse
più dolci le lagrime. Lo Spirito gli sfiorò il braccio ed accennò al ragazzo leggente.
Di botto, un uomo, straniero al vestito, si mostrò vivo e vero di là
della finestra: portava un'accetta nella cintola e menava per la cavezza
un somaro carico di legna. - Vedi, vedi! - esclamò Scrooge in estasi. - È Alì Babà! quel
caro vecchio di Alì Babà! Eh, altro se lo riconosco! Un giorno di Natale,
quando quel ragazzo lì avevano lasciato solo qui dentro, egli venne
il buon Alì, venne per la prima volta, proprio come adesso. Povero ragazzo!
E Valentino, quel birbone di suo fratello; eccoli tutti e due! E quell'altro,
come si chiama, che fu deposto mezzo svestito e dormendo alle porte
di Damasco: non lo vedete lì anche lui? E il valletto del Sultano voltato
sottosopra dai Genii: eccolo lì col capo di sotto! Gli sta il dovere!
bravo dieci volte! o che c'entrava lui a sposar la Principessa! - Avrebbero avuto di che stupire i colleghi di Scrooge, se
lo avessero udito effondersi in tanta tenerezza con una strana voce
tra il pianto e il riso, se avessero veduto quella sua faccia rossa
come di fuoco! - Ecco il pappagallo! - esclamò Scrooge. - L'ali verdi e la
coda gialla con in capo quel ciuffetto che pare una lattuga; eccolo
davvero! "Povero Robinson Crusoe" così gli disse, quando tornò
a casa dall'aver fatto il giro dell'isola. "Povero Robin, dove
sei stato, Robin?" Lui si credeva di sognare, ma niente affatto.
Era il pappagallo che parlava, capite. Ed ecco Venerdì che corre alla
piccola baia per mettersi in salvo. Ohe! animo! avanti! - Poi, con un'insolita rapidità di transizione, esclamò compiangendo
l'altro sé stesso: "Povero ragazzo!" e di nuovo ruppe in lagrime. - Vorrei - sussurrò, cacciandosi la mano in tasca e guardandosi
attorno, dopo essersi asciugato gli occhi con la manica, vorrei....
ma è troppo tardi ormai. - Che c'è? - domandò lo Spirito. - Niente - rispose Scrooge. - Niente. C'è stato un ragazzo iersera che cantava alla mia
porta una canzonetta di Natale. Vorrei avergli dato qualche cosa, ecco. - Lo Spirito sorrise meditando e con la mano accennò di tacere.
Poi disse: "Vediamo un altro Natale." Subito il primo Scrooge si fece più grande e il camerone divenne
più buio e più sudicio. Screpolavansi usci e finestre; piovevano pezzi
d'intonaco e scoprivansi gli assicelli del soffitto. Come ciò accadesse,
Scrooge lo sapeva quanto voi. Questo sapeva che le cose erano andate
così per l'appunto; e che egli stava lì, solo come prima, sempre solo,
quando tutti gli altri ragazzi erano scapolati a casa a godersi le buone
feste. Non leggeva ora; andava su e giù, disperato. Scrooge si volse
allo Spirito, e tristemente crollando il capo guardò con ansia verso
la porta. Questa si aprì. Una ragazzina, molto più piccola del ragazzo,
balzò dentro, gli gettò le braccia al collo, a più riprese lo baciò,
chiamandolo: "Caro, caro fratello mio." - Son venuto a prenderti, caro fratello! - disse la ragazzina,
battendo palma a palma e chinandosi dal gran ridere. - Andiamo a casa,
a casa, a casa! - A casa, Fanny? - domandò il ragazzo. - Sicuro! - ribatté la bambina tutta gioconda. - A casa per
davvero, a casa oggi e sempre. Papà è tanto più buono di prima che adesso
si sta a casa come in paradiso. Mi parlò con tanta dolcezza una certa
sera, mentre me n'andavo a letto, che mi feci coraggio e tornai a domandargli
se tu potevi venire a casa. Sì che potevi, mi rispose; e mi ha mandato
adesso con una carrozza per prenderti. Diventi un uomo, sai! - soggiunse
la bambina, aprendo tanto d'occhi; - e qui dentro non ci tornerai più;
e staremo insieme tutti i Natali, capisci, una vera allegria! - Sei proprio una donna adesso, Fanny! - esclamò il ragazzo. Ella batté le mani, diè in una risata e fece per toccargli
il capo. Ma era troppo piccina, sicché, ridendo sempre, si alzò in punta
di piedi per abbracciarlo. Poi, nella sua foga infantile, prese a trascinarlo
verso la porta; né egli nicchiava, ché anzi la seguiva di gran buona
voglia. Una voce terribile gridò nella corte: "Portate giù il
baule di Scrooge!" E nel punto stesso apparve il maestro di scuola
in persona, che squadrò il piccolo Scrooge con feroce condiscendenza
e lo spaventò a dirittura con una stretta di mano. Li menò poi, lui
e la sorella, nella sala a terreno, vecchia e umida quant'altra mai,
dove parevano lividi dal freddo i globi celesti e i mappamondi. Qui
cavò da uno stipetto una boccia di vino annacquato e un pezzo di mattone
in forma di focaccia, offrì di queste squisitezze ai due giovinetti,
e mandò fuori un magro servitorello per offrire "qualche cosa"
al postiglione, il quale ringraziò tanto tanto il signore, con questo
però che se il vino era della stessa vigna che aveva assaggiato prima,
se ne stava piuttosto a bocca asciutta. Intanto, il baule di Scrooge
era stato legato sull'imperiale, i ragazzi allegramente dissero addio
al maestro, balzarono in carrozza, e questa se n'andò di trotto giù
pel viale del giardino, facendo schizzare come spruzzi di spuma dalle
brune foglie delle semprevive la neve e la brina. - Sempre delicata quella creaturina - disse lo Spirito; - un
soffio l'avrebbe fatta appassire. Ma che cuore che aveva! - Che cuore! - ripetette Scrooge. - Avete ragione, Spirito; né io vi contraddico, che Dio non
voglia! - È morta maritata - disse lo Spirito - e mi pare che avesse
dei bambini. - Uno ne aveva - rispose Scrooge. - È vero, - disse lo Spirito. - Tuo nipote! - Scrooge pareva turbato assai e rispose breve: "Sì." Benché proprio in quel punto si lasciassero dietro la scuola,
già si trovavano per le vie affaccendate di una città, dove passavano
e ripassavano ombre di uomini, dove si contendevano il passo ombre di
carri e carrozze, con tutto il tramestio e il tumulto di una città viva
e vera. Dalle mostre delle botteghe si vedeva chiaro che anche qui si
festeggiava Natale; ma era sera e le vie erano illuminate. Lo Spirito si fermò davanti a un certo magazzino e domandò
a Scrooge se lo conosceva. - Se lo conosco! - esclamò Scrooge. - Ma non sono stato commesso qui? - Entrarono. Un vecchio signore in parrucca se ne stava a sedere
dietro un banco; e questo era così alto, che se il signore avesse avuto
due pollici di più, avrebbe dato del capo nel soffitto. Non sì tosto
l'ebbe visto, Scrooge gridò quasi fuori di sé: - Chi si vede? il vecchio Fezziwig! Dio lo benedica! È proprio
lui in carne ed ossa! - Il vecchio Fezziwig posò la penna e guardò all'orologio che
già segnava le sette. Si fregò le mani; si aggiustò il largo panciotto;
rise tutto quanto, da capo a piedi; e chiamò forte con una voce sonora,
gioviale, abbondante: - Ehi, costì! Ebenezer! Dick! - Scrooge giovanotto entrò tutto
svelto in compagnia dell'altro commesso. - È desso, è Dick Wilkins! - disse Scrooge allo Spirito. -
Sì davvero, eccolo lì. Mi voleva un gran bene quel Dick. Povero Dick!
caro Dick! - Ehi, dico, ragazzi! - gridò Fezziwig. - Si leva mano per
stasera. Non lo sapete ch'è la vigilia di Natale? Su, chiudete le imposte!
- e allegramente batteva le mani - chiudete, vi dico! uno, due, tre! - Non si può credere come i due giovanotti si dessero attorno!
Uscirono nella via con le imposte addosso, uno, due, tre - le misero
a posto, quattro, cinque, sei - le sbarrarono e chiusero i catenacci,
sette, otto, nove - e prima che aveste potuto contare fino a dodici,
rieccoli dentro, ansanti come cavalli da corsa. - Su, svelti! - gridò il vecchio Fezziwig, saltando giù dal
suo seggiolone con una prestezza meravigliosa. - Fate largo, ragazzi,
sgomberate! A te, Dick! da bravo, Ebenezer! - Sgomberare! Avrebbero fatto uno sgombero in tutta regola
sotto gli occhi del vecchio Fezziwig. In meno di niente era fatto. Ogni
oggetto mobile fu portato via come se dovesse sparire per sempre dalla
vita pubblica; l'impiantito spazzato e annaffiato, smoccolati i lumi,
ammontato il carbone sul fuoco; ed ecco mutato il magazzino nella più
acconcia ed asciutta e tiepida sala da ballo che si possa desiderare
in una sera d'inverno. Ed ecco entrare un sonatore di violino col suo scartafaccio,
e arrampicarsi sul banco, e mutarlo in orchestra, e tentare certi accordi
che parevano dolori di stomaco. Ecco la signora Fezziwig, grassotta
e ridanciana. Ecco le tre signorine Fezziwig, raggianti e adorabili,
seguite dai sei giovanotti di cui esse spezzavano i cuori. Ecco tutti
i giovani e le giovani della casa. Ecco la cameriera col cugino panettiere.
Ecco la cuoca col lattivendolo, amico intimo di suo fratello. Ecco il
fattorino del magazzino accanto, sospettato di scarsa nutrizione da
parte del suo principale, e tutto sollecito di nascondersi dietro la
ragazza della bottega dirimpetto, cui la padrona, come tutti sapevano,
aveva tirato le orecchie. Eccoli tutti, uno dopo l'altro; l'uno scontroso,
l'altro ardito, questi con grazia, quegli con goffaggine, chi tirando
e chi spingendo; eccoli tutti, in un modo o nell'altro. Venti coppie
in una volta si muovono, si danno la mano, girano in tondo; dieci vengono
avanti, tornano indietro; altre giratine parziali in tanti gruppi quante
sono le coppie; la prima coppia attempata non è mai al suo posto, la
prima coppia giovane si slancia fuori di tempo, tutte in ultimo diventano
prime coppie e la confusione è al colmo e le risate rumoreggiano. A
questo, il vecchio Fezziwig batte le mani in segno di alto, grida "bravo!"
e il violinista immerge la faccia rubiconda in un boccale di birra,
preparato a posta. Ma, sdegnando il riposo, subito riattacca gli accordi,
benché non ci siano ballerini, come se il primo suonatore fosse stato
trasportato a casa, disfatto, sopra un'imposta, e ch'egli fosse un suonatore
nuovo di trinca risoluto ad eclissare il rivale o a morire. Ci furono altre danze, e poi giuochi di penitenza, e danze
da capo, e una focaccia, e il ponce, e un gran pezzo di arrosto rifreddo,
e un altro gran pezzo di lesso rifreddo, e i pasticcini, e birra a profusione.
Ma il grande effetto della serata venne appresso, quando il violinista
(un bricconaccio che sapeva il fatto suo!) intonò la contradanza "Sir
Roger de Coverly". Si fece avanti il vecchio Fezziwig per ballare
con la signora Fezziwig, e a fare da prima coppia, anche. Un bel lavoro!
ventiquattro coppie da guidare; quarantotto frugoli co' quali non c'era
mica da scherzare, che in tutti modi volevano ballare e che non sapevano
che cosa fosse l'andar di passo! Ma fossero stati il doppio, e tre e quattro volte tanti, il
vecchio Fezziwig te li menava come niente, e così pure la signora Fezziwig.
In quanto a lei, era degna di lui in tutto e per tutto; e se questo
vi par poco, dite voi che altro ho da dire. I polpacci di Fezziwig raggiavano
proprio; splendevano qua e là nella danza come due lune; impossibile
prevedere le fasi. E quando il vecchio Fezziwig e la signora Fezziwig
furono arrivati in fondo alla danza, - avanti, indietro, le mani alla
dama, inchino, giro, rigiro, avanti da capo, di nuovo a posto, - il
vecchio Fezziwig saltò con tanta sveltezza che le gambe parvero saette
e ricadde diritto come un fuso. Battendo le undici, la brigata si sciolse. La coppia Fezziwig,
postasi di guardia alla porta, si accommiatarono con una stretta di
mano da ciascuno degli invitati, augurando a tutti un allegro Natale.
Quando tutti furono partiti, meno i due commessi, anche con questi fecero
lo stesso; e così le allegre voci si dileguarono e i due giovanotti
se n'andarono a letto sotto un banco della retrobottega. Durante tutta questa scena, Scrooge avea come farneticato.
Con l'altro sé stesso, tutta l'anima sua vi aveva preso parte. Riconosceva
ogni cosa, si ricordava, godeva, era agitatissimo. Solo quando i visi
luminosi dell'altro sé stesso e di Dick furono scomparsi, ei si risovvenne
dello Spirito e sentì che questi lo guardava fiso, mentre la luce del
capo splendeva del massimo fulgore. - Niente ci vuole - disse lo Spirito - per inspirare a cotesta
povera gente tanta gratitudine. - Niente! - ripeté Scrooge. Lo Spirito gli fé cenno di ascoltare i due commessi, che si
espandevano in lode di Fezziwig, e poi disse: - Non è forse vero? Non ha speso che qualche centinaio di lire
della vostra moneta mortale. Ti par tanto questo da meritare che lo
si levi a cielo? - Non è questo - esclamò Scrooge, punto da quella domanda e
parlando inconsciamente come l'altro sé stesso. - Non è questo, Spirito
mio. Egli ha modo di farci lieti o tristi; di rendere il nostro servizio
grave o leggero, gradito o faticoso. Che il suo potere sia soltanto
di parole e di occhiate, di cose così futili che non si possa registrarle
e sommarle, che vuol dir ciò? La felicità che ci dona vale un tesoro.
- Sentì lo sguardo acuto dello Spirito e si fermò in tronco.
- Che c'è? - chiese lo Spirito. - Niente - rispose Scrooge. - Eppure - insistette lo Spirito - qualche cosa c'è. - No - disse Scrooge - no. Soltanto vorrei poter dire una o
due parole al mio commesso. Ecco. - L'altro sé stesso spense i lumi, mentre egli pronunciava
quelle parole; e Scrooge e lo Spirito si trovarono di nuovo insieme
all'aria aperta. - L'ora incalza - disse lo Spirito. - Presto! - Ciò non era detto a Scrooge né ad altri ch'egli
vedesse, ma l'effetto fu immediato. Scrooge rivide sé stesso. Era adulto, nel fiore della vita. Non aveva ancora i lineamenti
aspri di un'età più matura; ma già portava la prima impronta delle cure
e dell'avarizia. C'era nell'occhio una mobilità irrequieta, avida, ardente,
che rivelava la passione radicata e dove sarebbe caduta l'ombra dell'albero
nascente. Ei non era solo. Sedeva accanto a una bella fanciulla vestita
a bruno. Alla luce dello Spirito, brillavano di lagrime gli occhi di
lei. - Poco importa - diceva ella con dolcezza - poco importa a
voi. Un'altra ha preso il mio posto; e se vi vorrà tutto il bene che
vi avrei voluto io e vi farà felice, non ho motivo di lamentarmi. - Chi altra ha preso il vostro posto? - domandò egli. - Un'altra che è di oro. - Ecco la bella giustizia del mondo! - egli esclamò. - Siete
povero, vi accoppa; cercate di arricchirvi, vi dà addosso peggio che
mai! - Voi ne avete troppa paura del mondo - ribatté dolcemente
la fanciulla. - Tutte le vostre speranze si limitano a questa sola di
sottrarvi al suo sordido disprezzo. Io ho veduto le vostre più nobili
aspirazioni cadere ad una ad una fino a che la passione dominante, il
lucro, vi ha assorbito. Non è forse vero? - E che perciò? che male c'è se son divenuto più accorto? Verso
di voi non son mica mutato. - Ella crollò il capo. - Son forse mutato? - È antica la nostra promessa. Ce la scambiammo quando tutti
e due eravamo contenti della povertà nostra, aspettando prima o dopo
una sorte migliore dal nostro stesso lavoro. Voi sì che siete mutato.
Eravate allora un altro uomo. - Ero un ragazzo - ribatté egli con impazienza - Ah no! - rispose la fanciulla - la coscienza vi fa sentire
che non eravate quel che siete adesso. Io sì. Quel che ci prometteva
la felicità quando avevamo un sol cuore, oggi che ne abbiamo due è fonte
di dolori. Non dirò quante volte e con che pena ho pensato a questo.
Vi basti che io ci abbia pensato e che possa ora rendervi la vostra
parola. - L'ho mai forse ridomandata? - A parole, no, mai. - E in che modo dunque? - Mutando in tutto, nel carattere, nelle abitudini, nelle aspirazioni,
in ogni cosa che vi faceva apprezzare il mio affetto per voi. Se nulla
ci fosse stato tra noi - soggiunse la ragazza dolcemente ma con fermezza
- ditemi, lo cerchereste ora quell'affetto? Ah, no! - Mal suo grado, egli parve arrendersi alla giustezza di quella
ipotesi. Disse nondimeno, facendosi forza: - Voi non lo pensate. - Così potessi pensare altrimenti - ribatté ella - e lo sa
il cielo se lo vorrei! Quando una verità dolorosa come questa l'ho riconosciuta
io stessa, so bene quanto sia forte e irresistibile. Ma se voi foste
libero oggi, domani, posso io credere che scegliereste una ragazza senza
dote, voi che nei momenti della più schietta espansione, tutto valutate
a peso di guadagno? e se mai per un solo istante voleste tradire il
principio che vi governa fino al punto di sposarla, non so io forse
che il giorno appresso sareste tormentato dal pentimento? Lo so, ne
sono sicura; epperò vi rendo la parola; ve la rendo con tutto il cuore,
per l'amore di quell'altro che prima eravate. - Egli fece per rispondere, ma ella proseguì voltandosi in
là: - Forse, la memoria del passato me lo fa quasi sperare, forse
ne soffrirete. Poco però, ben poco, e scaccerete subito ogni ricordo
come un sogno vano dal quale fu bene che vi svegliaste. Possiate esser
felice nella vita che vi siete scelta! - Lo lasciò e si separarono. - Spirito! - disse Scrooge, - non mostrarmi altro! Menami a
casa: Perché ti diletti a torturarmi? - Un'altra sola ombra! - esclamò lo Spirito. - No, no, basta! Non voglio vedere altro. Non mostrarmi altro! - Ma lo Spirito inesorabile lo strinse fra le braccia e lo
costrinse a guardare ancora. Erano altrove e la scena era mutata: una stanza, non vasta
né bella, ma comoda ed acconcia. Presso al fuoco d'inverno sedeva una
bella giovinetta così somigliante a quella di poc'anzi che Scrooge la
credette la stessa, fino a che non scorse proprio lei, l'altra, divenuta
ormai una graziosa matrona, seduta di faccia alla figliuola. C'era nella
stanza un fracasso dell'altro mondo, per via di una vera nidiata di
bambini che Scrooge, nell'agitazione sua, non poteva contare; non erano
già, come nella famosa canzone, quaranta ragazzi che se ne stavano cheti
come se fossero uno solo, ma invece ciascuno di essi valeva per quaranta.
Le conseguenze di ciò erano così tumultuose che non si può dire; ma
nessuno se ne dava pensiero; invece madre e figlia se la ridevano cordialmente,
e questa, mescolatasi un tratto a quei giuochi, fu subito crudelmente
saccheggiata da quei minuscoli briganti. Che cosa non avrei dato io
per essere uno di loro... benché così crudele non sarei stato mai, no,
no! Per tutto l'oro del mondo non avrei arruffato e tirato giù quei
capelli così bene aggiustati; e in quanto alla scarpettina aggraziata,
non glie l'avrei mica strappata a forza. Dio mi benedica! nemmeno per
salvarmi dalla morte. Un'altra cosa non avrei osato, che quei monelli
facevano come se niente fosse: misurarle la vita: perché avrei temuto
di esserne punito, rimanendo col braccio incurvato per tutta l'eternità.
Eppure, lo confesso, avrei desiderato tanto tanto sfiorare quelle sue
labbra, farle qualche domanda perché le aprisse, guardare le ciglia
di quegli occhi abbassati senza provocare un rossore, sciogliere quell'onda
di capelli di cui un sol ricciolino sarebbe stato un ricordo inestimabile;
e in somma avrei voluto avere la libertà di un ragazzo ed essere abbastanza
uomo da apprezzarne il valore. Ma ecco, si sente bussare alla porta,
e subito con tanta furia vi si scagliano tutti, che la poverina, tutta
ridente e con le vesti gualcite, proprio nel mezzo del gruppo tumultuoso,
trovasi davanti al babbo che torna a casa in compagnia di un uomo carico
di balocchi e doni di Natale. Che strilli acuti, che lotta, che assalti
all'indifeso portatore! che scalata gli davano montando sulle seggiole,
che frugamenti gli facevano per le tasche, come lo spogliavano dei suoi
fagotti, lo afferravano per la cravatta, gli s'appendevano al collo,
gli davano pugni nelle reni e calci nelle gambe in segno d'irrefrenabile
affezione! che grida di stupore e di giubilo allo svolgere di ogni fagotto!
che spavento è quello di tutti quando si sorprende il più piccino nell'atto
di cacciarsi in bocca la padella della bambola e lo si sospetta di aver
ingoiato un tacchino di zucchero con tutta la tavoletta che lo sostiene!
che sollievo immenso nel trovare che non ce n'era niente! che gioia,
che gratitudine, che estasi! Tutte cose che non si possono descrivere.
Basta sapere che i ragazzi con tutte le loro emozioni uscirono dal salottino,
e su per una scaletta, uno dopo l'altro, se n'andarono a dormire, lasciando
la calma dove testé aveva infuriato la tempesta. Ed ora Scrooge guardò più intento, perché il padrone di casa,
mentre la figliuola si appoggiava a lui con affetto, sedette con lei
e con la madre davanti al caminetto; e quando pensò che una creatura
come quella, graziosa e promettente, gli avrebbe dato il nome di padre
e avrebbe fatto fiorire una primavera nel triste inverno della sua vita,
si sentì la vista oscurata dalle lagrime. - Bella - diceva il marito, sorridendo alla moglie, - oggi
ho incontrato un vecchio amico. - Chi? - Indovina! - Come vuoi che faccia?... Zitto, ci sono - soggiunse ridendo
come lui. - Il signor Scrooge. - Per l'appunto. Son passato pel suo banco; e siccome la finestra
non era chiusa e una candela ardeva di dentro, non ho potuto fare a
meno di vederlo. Il socio, sento dire, è in punto di morte; ed ei se
ne stava là solo. Solo nel mondo, credo. - Spirito! - esclamò Scrooge con voce soffocata - toglimi di
qui! - Ti ho detto - rispose lo Spirito - che queste son ombre di
quel che fu. Non mi devi incolpare, se son ora quel che sono! - Toglimi di qua! - tornò a pregare Scrooge. - Non resisto
più! - Si volse allo Spirito, e vedendo che questi lo guardava con
un certo strano viso nel quale confondevansi tutti i visi apparsigli
fino allora, gli si scagliò addosso. - Lasciami! Riportami a casa. Non m'importunare di più! - Nella lotta, se tale si potea dire quella in cui lo Spirito,
senza visibile resistenza, rimaneva incrollabile e sereno a tutti gli
sforzi dell'avversario, Scrooge notò che la luce gli brillava sempre
più viva sul capo; e sospettando in quella la cagione dell'influenza
sopra di sé esercitata, afferrò di botto il cappello a spegnitoio e
con un rapido movimento glielo fece ingozzare. Lo Spirito si accasciò sotto, in modo da esser tutto coperto
dallo spegnitoio; ma per quanta forza mettesse Scrooge a premere con
le due mani, non riusciva a nascondere la luce, la quale sfuggiva in
onde dal labbro e spandevasi sul suolo. Ei si sentiva fiaccato e una sonnolenza irresistibile lo vinceva;
sentiva anche di trovarsi in camera propria. Diè allo spegnitoio un
lattone d'addio, allentò le mani ed ebbe appena il tempo di raggomitolarsi
nel letto prima di cadere in un sonno profondo.
STROFA
III Destato
nel pieno di un russo prodigiosamente fragoroso e sorgendo a sedere
nel mezzo del letto per raccogliere i suoi pensieri, Scrooge non ebbe
bisogno di sentirsi dire che il tocco stava per suonare da capo. Sentiva
di esser tornato in sé al momento preciso per abboccarsi col secondo
messo mandatogli per mezzo di Giacobbe Marley. Se non che, per un molesto
ribrezzo che lo pigliò pensando a quale delle cortine il novello Spirito
si sarebbe affacciato, le aprì tutte con le proprie mani; poi, rimettendosi
a giacere, stette tutto vigile a guardare intorno. Voleva subito affrontar
lo Spirito e non già spiritar dalla sorpresa. |