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La Sesia LIBRI

La Sesia edizioni - Companìa Zappatori

di Carlo Brizzolara - 1995 - euro 20,00 (vedi anche la scheda sull'autore)

(...) Il sergente maggiore mi ha insegnato la differenza fra ridere e sorridere. Ha detto che la differenza sta nel rumore. A ridere si fa rumore mentre a sorridere si tirano solo i labbri. Se uno non ti guarda non sa se sorridi o no. Ma intanto che sorridi può essere che ti viene un soffio dal naso, ebbene allora tu passi nel ridere perché fai un piccolo rumore, anche piccolo ma lo fai (...).
Zappatore Drizzachiodi, Terza Comp. Secondo Plotone


Prefazione di Attilio Bertolucci

Carlo Brizzolara fu mio compagno di scuola al Liceo Romagnosi di Parma sul finire degli anni venti e i primi anni trenta. Io leggevo, e scrivevo, poesie, cercavo, anche nel romanzo, nella pittura, nella nuova arte del cinema, di vivere l'avventura del moderno. Lui leggeva, con appassionata, meravigliosamente ingenua partecipazione, romanzi e racconti d'avventura, da Stevenson a Kipling al grande Conrad, e già cercava di correre, non con la fantasia soltanto, qualche avventura, possibilmente di mare. Che poteva essere l'imbarco su una navicella che trasportava marmi dalla Versilia, oh, non molto lontano, per una destinazione che a me disteso sulle sabbie dorate del Forte con ragazze anche di lui amiche, pareva infinitamente remota. Insomma, nel Mediterraneo; ma a me Conrad aveva insegnato che il mare può essere pauroso dovunque, il che a Carlo non spegneva la voglia d'avventura, anzi certamente l'alimentava, fuoco dell'anima più che del corpo.

Io a diciotto anni pubblico un primo libriccino di versi, lui pressapoco negli stessi giorni scrive e si pubblica da solo un giornaletto in cui già si esprime la sua passione per quel luogo privilegiato (e, ripeto, terribile) dell'avventura che è il mare. E come gli piacevano anche i termini marinareschi, quei termini che, da traduttore di testi inglesi, mi facevano sudare e penare nella ricerca degli equivalenti italiani.

Ho detto "si esprime", e volevo che si capisse come egli trovasse subito, quasi senza cercarla, l'espressione giusta. La sua, una scrittura che lo distinguerà per tutta una lunga e discontinua carriera di anomalo, naturale, non letterario autore: una scrittura che non ha nessun residuo di grasso, che funziona per via di una struttura di muscoli e nervi scattanti, ideale per raccontare quanto la fantasia gli faceva nascere nella mente. Ed erano favole per bambini e per grandi, storie di campionesse di lotta libera, di automobili e camioncini umanizzati e, con questo libro ultimo, di soldati perduti, anzi lasciati perdere dalla Storia, quella con la maiuscola. Pochi libri, ma così originali, e nella loro varietà così unitari, profondamente volti tutti alla ricerca, oserei dire innocente, della verità.
Il suo aver lavorato prima alla Fiat, poi alla Olivetti, in questa ultima rimasto con assenze prolungate delle quali parleremo, sino al pensionamento, era uno sbocco naturale per chi ce la aveva fatta a laurearsi ingegnere (per me impresa fantastica), non ha lasciato traccia nella sua opera, mentre tante ne ha lasciate, mettiamo, in Paolo Volponi, olivettiano come lui negli stessi anni. Lui, entro la macchina industriale si difendeva fantasticando, sia riscrivendo a modo suo la favola di souche tradizionale (Il Pennacchio), sia trasformando in favola il moderno ambiente del catch, addirittura femminile (Temporale Rosy), sempre inventando dal vero e arrivando così ad una sorta di spontaneo, non imparato da nessuno, "realismo magico".

Ma cos'erano quelle assenze di cui dicevo? E' presto detto: la partecipazione nel '35-'36 alla guerra d'Abissinia e dal '40 al '46 al secondo conflitto mondiale, con il climax, da lui voluto, della battaglia di El Alamein e la fatale coda dell'internamento nei campi di prigionia egiziani. Dove Carlo dà vita a un teatro dei burattini, suoi i canovacci e i dialoghi, sua la fabbricazione dei testoni di Sandrone e C., sua la recitazione dietro le quinte, il tutto delizioso, immagino, e deliziante i compagni di cattività. Ci tornerà, ai burattini, sino in fondo, ed è naturale data la sua natura, mai smentita, di inventore di storie, di tusitala, per chiamarlo con il nome che la gente dei mari del Sud aveva dato al loro, al suo Stevenson.

All'apparenza un curriculum normale per un giovane nato nell'11, l'aver fatto il soldato, naturalmente da ufficiale, nelle due disgraziate guerre, tale anche la prima malgrado le apparenze, volute dal regime nel ventennio: in questo, Carlo Brizzolara non avrebbe compiuto altro che il suo dovere, come tanti coetanei. Soltanto dunque due lunghe assenze giustificate nel corso di una tranquilla attività professionale?

No, non fu così. Quella vocazione già viva nell'adolescenza e nella prima giovinezza per l'avventura, che i tempi moderni sembravano non permettergli di realizzare, trovò un'occasione per farsi concreta con il suo arruolamento nel corpo militare più "a rischio" (il rischio è il fiammante vessillo dell'avventura) dell'esercito italiano, il corpo dei paracadutisti.

Da quell'esperienza, mai esibita in nessun modo, tenuta dentro a macerare nel corso degli anni che seguirono, portandosene appresso il lascito di una malattia che alla fine l'ebbe vinta su di lui, Carlo Brizzolara, da vero scrittore, cavò fuori questo libro ultimo che non vuole né documentare né all'incontrario epicizzare il vissuto, ma soltanto raccontare, raccontare di uomini, di soldati veri presi in un'avventura fantastica, significante una verità profonda. Quasi un'allegoria.

La storia è di tre soldati semplici e un sergente maggiore appartenenti a una "Companìa Zappatori" (da cui il titolo, con quel piccolo, voluto errore; insieme ad altri pochi tocchi linguistici, vernacolari non dialettali, che con discrezione colorano il testo, specie nei molti dialoghi), soldati, dicevo, abbandonati su di un'isola a preparare una base per altri militari che verranno, che non verranno mai. La guerra è finita, forse perduta, ma non si dice o lo si fa sottovoce, senza insistervi. Dice il sergente: "Non si sa, la guerra va e viene, fa il giro del mondo...". Guarda nel registro e aggiunge: "Siamo qua da quattro anni, un mese, diciotto giorni. Quando il sottomarino ci ha portati hanno detto: - L'isola è una base, cominciate a lavorare -".
E' l'incipit di questo, che non è un romanzo, non è una favola, non è una rievocazione storica, ma mi verrebbe di scrivere con un certo tremore, una sacra rappresentazione laica, l'unica che possa non suonare falsa ai nostri tempi.

La scena è sì un'isola, con palmizi, tartarughe, uccellacci, solleoni e temporali, quanto ci vuole di essenziale perché la vicenda sia per noi credibile senza essere realistica. Sta dentro il tempo meteorologico, le stagioni vanno e vengono, per parlare come il sergente maggiore, e le giornate si tingono di aurore e di tramonti, si abbrunano di notti come da noi. E vanno e vengono malattie e guarigioni e ricadute, spuntano per morire e rispuntare nostalgie di case e di persone care, queste ultime forse dimentiche ma difficili a venire dimenticate.

La conversazione è quasi continua, necessaria, perché si potrebbe esclamare, all'uso militaresco, "parla, che ti passa"; e nel dialogo sono giusti, giustissimi i tratti comici. Altrimenti si cadrebbe in una sorta di salmodiare "basso", noioso perché monotono. Non annoia mai, invece, questa storia di rari avvenimenti, anche perché condita con il sale del comico e della piccola ironia soldatesca. Quanto spesso esercitata affettuosamente dai semplici "militar soldati" nei riguardi del Sergente Maggiore, del suo linguaggio, del suo illogico, assurdo e quasi eroico attaccamento ai regolamenti.
Il punto supremo del libro, un tempo si sarebbe detto da antologia, non nel senso della bellezza estetica, ma dell'invenzione narrativa e del proposito morale che lo sostiene, è l'episodio dell'aviere nemico, meglio del suo scheletro, sceso dal cielo in un suo barchino, e raccolto, sepolto con rito cristiano da quei quattro poveri diavoli che al mondo sono in fondo già morti e che pure sono così vivi nell'onorare come è giusto un morto a tutti gli effetti, uno scheletro, per di più nemico.

In questo libro orizzontale, corale, il picco dell'arrivo e del rinvenimento e della sepoltura del cadavere suona tanto più profondamente religioso quanto meno, dal lato formale, ieratico. Basterebbero queste pagine a distinguere il libro di Brizzolara dai tanti, troppi che ci piovono addosso in quest'epoca che non avendo più niente da dire ci assorda con un'infinità di parole inutili.

Attilio Bertolucci


(...) Per il sergente indigeni maschi e femmine qui non ci verranno mai perché l'isola è troppo lontana, un'isola isolata, ecco (...).

***

(...) L'Esercito pensa solo al di qua. Dovrebbe pensare anche al di là dei suoi lavoratori. Crepare dove sono gli altri, dopo una battaglia ti contano, copiano il piastrino e risulta che sei morto per la Patria con gradi, pensione a vedova e orfani. Se sei vivo vai in licenza. E' diverso che crepare in mezzo ai mari, in quattro, chi ti conta? (...).

***

(...) Dico che gli ignoranti non devono mai fare domande perché poi non capiscono le risposte (...).
Zappatore Drizzachiodi, Terza Comp. Secondo Plotone


(vedi anche la scheda sull'autore...)

 

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