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PRO VERCELLI - CALCIO

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IL CALCIO TOTALE? E' NATO QUI UN SECOLO FA
di Sergio Robutti

Il 'Dai e vai' è una pratica tecnica che il calcio, in quest'ultimo decennio, ha preso in prestito dalla pallacanestro: se hai il pallone devi liberartene subito con un passaggio il più preciso possibile al compagno smarcato. Facile da dirsi, ma per attuare questa filosofia occorrono una preparazione atletica eccezionale e una grande capacità di sopportare gli sforzi ripetuti con cadenze sempre più veloci. Non è altro che la ricetta del moderno calcio atletico, che se da un lato penalizza la fantasia, dall'altro assicura un gioco a tutto campo, a ritmi elevatissimi, una capacità del calciatore di garantire la massima tenuta per tutto il tempo della partita. Ciò impone ovviamente allenamenti massacranti, determina una maggiore esposizione agli infortuni e la necessità pertanto di avere a disposizione una rosa di atleti molto ampia per assicurare il massimo livello di qualità degli undici schierati sul rettangolo di gioco.


I campioni d'Italia di calcio della Pro Vercelli nel 1909-10.

 

 



La formazione della Pro Vercelli che vinse lo scudetto nel campionato 1913-14.

Ebbene, il calcio atletico, il calcio totale non è un'invenzione degli ultimi dieci anni: qui, a Vercelli, lo si praticava già agli inizi del secolo e grazie a questa 'intuizione' consentì la nascita e lo svilupparsi di quel fenomeno calcistico che fu la Pro Vercelli, la mitica squadra delle 'bianche casacche' che dominò i campionati pionieristici almeno fino agli anni '20. Non per nulla i giocatori che costituirono l'ossatura fondamentale di quelle formazioni, per la gran parte studenti, appartenenti a 'famiglie bene' della borghesia vercellese (il solo portiere Innocenti faceva il ciabattino), prima di dedicarsi al 'giuoco del foot-ball' ebbero modo di indurire il proprio fisico attraverso la pratica degli sport atletici che rendevano obbligatoria la partecipazione ad allenamenti regolari e, sia pure empiricamente rispetto alle pratiche odierne, metodici. Quando poi sulla 'piazza della fiera' fece la sua comparsa il primo pallone, il principale obiettivo dei futuri calciatori fu quello di assumere la piena padronanza della sfera, fin quasi alla perfezione, attraverso esercitazioni continue e faticose.

Così quando la società decise di schierare una squadra dapprima in seconda categoria, poi in prima, al confronto con le formazioni metropolitane (composte da giocatori di grandissimo talento tecnico, moltissimi dei quali stranieri, meravigliosi atleti ma poco avvezzi alla disciplina e a metodi di allenamento costanti e impegnativi) l'impatto non fu tremendo. Anche perché nel frattempo si era cercato di disciplinare le doti di ciascun giocatore: ognuno aveva un ruolo che rispondeva perfettamente alle sue qualità tecniche e al suo temperamento, giustamente e opportunamente temprato o esaltato: conoscenza del compito da svolgere, disciplina e obbedienza assoluta agli ordini del capo, visione esatta, chiara e rapida del gioco da svolgere, spirito di sacrificio, abolizione di ogni personalismo individuale tendente all'esibizionismo singolo. Non fosse che tutte queste regole compaiono descritte all'epoca, parrebbero uscite da un manuale del moderno allenatore di calcio del terzo millennio diplomato a Coverciano.


La squadra dell'Italia formata da nove giocatori della Pro Vercelli che nel 1910 sconfisse il Belgio 1-0 (gol di Guido Ara)


Quattro vercellesi in azzurro con il Commissario Tecnico Vittorio Pozzo: da sinistra Eusebio Castigliano, Silvio Piola, Baldo Depetrini e Pietro Ferraris II

E così mentre i giocatori delle squadre avversarie tutti insieme si avventavano, con poco costrutto, contro il portatore di palla della Pro, questi riusciva a trovare sempre il compagno smarcato da servire con passaggi brevi e raso terra, in modo tale da non perdere mai il controllo del gioco. Gli avversari si dannavano l'anima nel rincorrere il pallone senza mai raggiungerlo. E se avveniva che fossero loro, i 'nemici', a possedere il pallone, ecco che si ritrovavano una sorta di pressing a tutto campo, aggrediti dai giocatori della Pro che, come furie scatenate, riuscivano a riprendere il controllo del gioco. 'Macellai', urlavano i tifosi dell'altra squadra per condannare tanto ardore agonistico.

Ma fu grazie a questa caratteristica, unita alla preparazione atletica (in virtù della quale divenne famoso l'ultimo quarto d'ora, quello delle 'maniche rimboccate', quando la Pro riusciva a travolgere gli avversari tramortiti e sfiniti), che le bianche casacche riuscirono a conquistare cinque scudetti a cavallo tra la prima guerra mondiale e gli ultimi due intorno agli anni '20. Poi? Presto le altre squadre impararono la lezione tecnico-atletica, le formazioni metropolitane iniziarono ad acquistare altrove gli atleti che necessitavano per rendere più forte l'organico (tipico l'esempio di Viri Rosetta, il primo giocatore la cui cessione dalla Pro alla Juventus fece tanto scandalo da mandare in crisi l'allora giovane Federazione). Alla Pro non rimase altro che sopravvivere, spogliata anno dopo anno dei suoi elementi migliori, fino alla cessione di Silvio Piola che con i suoi gol aveva permesso alle bianche casacche di sopravvivere nella massima serie. Il passaggio del bomber alla Lazio segnò il definitivo declino della Pro che non si sarebbe mai più risollevata. Resta il patrimonio di storia che quella squadra ha lasciato e grazie al quale il nome di Vercelli, abbinato alla Pro, corre ancora oggi sulle bocche degli sportivi in Italia e nel mondo.

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