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Proponiamo
ai lettori il testo integrale dell'intervento che il prof. Angelo
Fragonara, vicepreside del Liceo Classico di Vercelli, ha svolto
a introduzione e commento della cerimonia di consegna dei Premi
di Bontà 2003. Al prof. Fragonara l'apprezzamento e il grazie
de La Sesia.
Non
è casuale né senza significato – io credo –
che questa nostra annuale occasione di incontro, il suo tema e la
sua destinazione, cadano nel tempo che la liturgia cristiana chiama
dell'Avvento e coincidano con una Festività che, anch'essa,
orienta il nostro pensiero al Natale. Al di là delle fedi
e delle confessioni religiose, nell'annuncio del Natale sono interpellati
a riconoscersi tutti gli “uomini disposti al bene”:
interpellati a riconoscersi e a rinnovarsi, a “fertilizzare”
la terra nella pacifica rivoluzione della fratellanza e dell'amore.
Da quella culla – una culla che contiene la profezia di una
croce – si accende una luce di speranza nell'uomo, capace
di stupire umili pastori e Re sapienti; luce che non si spegne e
trema di “involontaria” pacifica “rivolta”
anche nelle notti di Betlemme di questo nostro tormentato presente.
Ancora,
non è senza significato – a me sembra –
che questa occasione di incontro (con la ricerca e il riconoscimento
di casi esemplari di bontà, che lo precede e lo prepara)
sia propiziata da un giornale, dal giornale locale; e che, anzi:
di più, essa sia espressione consolidata e qualificante della
sua tradizione. C'è un segno deontologico – io credo
-, anch'esso di “involontaria rivolta”, in questa annuale
e periodica verifica che un giornale fa della fertilità virtuosa
del suo territorio; e, con raggio più ampio d'indagine, un
po' più lontano da qui, della non-sterilità
dei nostri tempi, in fatto di altruismo, di sacrificio, di vocazione
solidaristica, di generosa disponibilità all'altro-da-noi...
Fare
notizia con il bene, con la sua quotidianità presente
e operante in mezzo a noi; ricercarne la traccia preziosa attraverso
una rete di lettori, chiamati a essere testimoni attenti e sensibili:
in tutto questo è ravvisabile, forse, qualcosa di più
dell'impegno a informare... In questa occasione così speciale,
il dialogo con i lettori, lo scambio di ruolo nell'informare, la
ricerca comune di una verità edificante e semplice, quella
della bontà nel nostro vivere di comunità, assegnano
all'iniziativa di un giornale una valenza e – insieme –
una responsabilità più alta: che a me pare quella
di formare una coscienza e una cultura del bene.
Dal significato di queste due circostanze – la tradizionale
collocazione cronologica dei Premi di Bontà in prossimità
del Natale e il ruolo del giornale nella loro promozione –
cercherò di far discendere qualche “corollario”:
poche e semplici riflessioni, pronunciate in tono sommesso e quasi
con timore; come deve fare chi, come me, sa che le sue parole saranno
sempre inadeguate al tema, insufficienti a colmare di pienezza il
valore della bontà. Di questa inadeguatezza della mia persona
e dell'insufficienza delle mie parole, vi chiedo fin da ora di perdonarmi.
Del resto, la bontà non chiede troppe parole e rifugge dall'enfasi
della retorica. La sua bellezza sta nell'essere vissuta piuttosto
che nell'essere descritta o declamata; la sua fecondità sociale
sta nell'operare concreto, e spesso silenzioso, nel farsi azione
e dono disinteressato di sé e non nella sonorità prolissa
degli elogi. Scovata nel suo silenzio appartato, riportata in superficie
e alla luce, la bontà spesso (forse avverrà così
anche oggi, qui...) risponde al riconoscimento pubblico con il suo
stupore un po' incredulo e un pudore schivo e un po' ritroso. E'
giusto, allora - è questa la prima riflessione che vi propongo
– chiamare la bontà sotto le luci di una ribalta, come
facciamo oggi? Metterla in palcoscenico e applaudirla, sottraendola
per un giorno alla sua silenziosa riservatezza?
Si deve rispondere che è giusto. Perché c'è
bisogno di buoni esempi nel nostro tempo. Quanto più di sgomento
smarrito proviamo, quando intorno a noi sembra stringersi il buio
che induce alla disperazione del pessimismo, tanto più ci
aiuta sapere che ci sono sentinelle che vegliano nella notte e tengono
accesi i fuochi e ci indicano da quale punto sorgerà il mattino.
Quanto più nelle cronache dei nostri giorni è il negativo
a fare notizia e ad attirare l'attenzione, è necessario un
gesto “rivoluzionario” di bonifica delle nostre menti
e dei nostri cuori. Se la cacofonia babelica ci tenta nella confusione
e ci induce a credere davvero che vincenti nella realtà del
nostro tempo siano l'egoismo, l'aggressività, la spregiudicatezza,
l'indifferenza alla verità e persino alla decenza della memoria,
tanto più si deve stare in ascolto, se mai si faccia un momento
di silenzio in cui una voce ingenua (come quella del bambino che
svela che “il Re è nudo”) ci riveli una verità
diversa, “rivoluzionaria”: che l'Utopia del bene è
possibile; anzi, è già qui, incarnata nel reale.
Gli insigniti dei Premi di bontà che oggi avete chiamato
qui alla ribalta sono quelle “sentinelle” che accendono,
anche per noi, i fuochi nella notte e scrutano all'orizzonte il
nuovo mattino. Sono loro l'incarnazione dell'Utopia del bene nella
realtà del nostro presente.
Perché il loro esempio ci educa a una diversa percezione
della vita; perché da loro ci viene un invito a non appesantire
il cuore nell'esclusivo ascolto di noi stessi; per questo ci sentiamo
loro debitori.
Il repertorio di casi esemplari che oggi viene proposto alla
nostra gratitudine e che ancora una volta ha la forza di farci
provare
il dono della commozione, ci invita a tentare di nuovo, se
non una definizione della bontà, almeno l'individuazione di un movente
profondo, di un'intima essenza, che si faccia riconoscere come cifra
unificante nella molteplicità delle sue espressioni. A me
pare – è questa la seconda riflessione che vi affido
– che la bontà sia quella speciale attitudine d'amore
che trasfigura in una dimensione altra tutta la gamma dei doveri,
scritti e non scritti, che appartengono a ogni persona. Non intendo
dire: un supplemento d'anima, un valore aggiunto, un di più,
che si aggiunga come ulteriore ornamento a un senso morale o a responsabilità
civica già in sé irreprensibili. Intendo altro: una
natura profonda, un prima, una divisa dell'anima o del cuore, in
forza della quale un ruolo sociale, una professione; una presenza
nel luogo di lavoro, in una comunità, in un nucleo familiare;
il servizio e l'impegno assunti per scelta e scritti in un abito,
in un'uniforme; la condivisione di un ideale solidaristico in seno
a un'associazione di volontariato; persino la fortuita circostanza
di un incontro con il pericolo di sconosciuti, si fanno dono di
sé, totale, incondizionato, agli altri.
In forza di questa speciale attitudine d'amore, in ragione
di questa divisa dell'anima o del cuore, coloro che oggi qui
sono premiati
hanno compiuto il gesto generoso e altruistico che hanno compiuto,
vivono ogni giorno la loro vita in ascolto dei più deboli,
dei più fragili e dei dimenticati, nel segno del servizio
reso gratuitamente a chi ha bisogno. Delle loro storie, delle diverse
modalità in cui hanno esplicato la bontà e l'hanno
incarnata nella vita, avete letto e
Alcuni di loro oggi non sono presenti perché in forza di
questa speciale attitudine d'amore anche il prezzo della vita può
essere speso in pegno del bene dell'altro, della vita dell'altro.
Sono assenti oggi: ma noi avvertiamo come il profumo della loro
bontà, il sorriso sereno e la bellezza della loro generosità
e del loro sacrificio. E' quel che ci resta, in eredità preziosa,
con il loro ricordo e il loro esempio, questo profumo di bontà,
in cui si sublimano il dolore e il pianto per una morte prematura
e improvvisa, per un destino che abbiamo sentito crudele e, forse,
anche ingiusto...
La terza e ultima riflessione che vi affido vuole accomunare
nell'abbraccio ai premiati le intenzioni dei Benefattori: e
riguarda la bontà
come frutto di un dolore fecondo, come durata viva e vitale della
memoria e degli affetti, oltre la lacerazione acerba di un distacco.
In questa prospettiva di lettura, anche oggi come ogni anno, ognuno
dei Premi di bontà svela un suo valore didascalico, un suo
significato morale ulteriore in quella sorta di simmetria che stabilisce
tra l'espressione di bontà del premiato e le attitudini buone
alla vita, i valori testimoniati nel tessuto sociale e civile da
coloro nel cui nome e nel cui ricordo quel premio è istituito.
A questa simmetria della bontà io credo sia attenta, anche,
nella difficoltà di dover scegliere fra i molti casi meritevoli
segnalati, la Commissione che S.E. il Prefetto presiede ed è
preposta alle assegnazioni dei premi, in ascolto rispettoso delle
volontà dei donatori nel ricordo dei loro cari.
Questa simmetria non sfuggirà, anche oggi, a chi abbia conosciuto
coloro nel cui ricordo sono assegnati i Premi di bontà 2003.
Non sfugge a me, che, coetaneo dei premi, ho conosciuto molti di
loro, e molti, quasi tutti i loro congiunti, che oggi sono qui,
nel ricordo e nel riconoscimento della bontà. Tutti, oggi,
ricordo con affettuosa memoria.
La percezione di questa simmetria si carica per me di un'emozione
in più, di una speciale intensità, quando i premi
ricordano il nome di giovani: quelli che ho conosciuto per qualche
tratto un po' più lungo della vita, vicini a me a scuola
per un tempo più continuo; o che ho incontrato un po' più
assiduamente, lungo il tempo provvisorio vissuto in un impegno diverso
dal mio mestiere; o che ho imparato a rimpiangere senza conoscerli,
raccogliendo lo strazio senza fine dei loro genitori.
Per questa simmetria del bene oggi ritrovo il sorriso buono
di Elena in quello coraggioso di Andrea; e il dono di Paola – espresso
per puro amore dai suoi genitori – mi sembra il modo più
degno di ricordare Donata e la sua freschezza di vita; e, ancora,
riconosco gli occhi di Don Mauro, il suo modo di interpretare le
opere della carità, nell'azione coraggiosa dei suoi Volontari
di Santa Teresa e mi sembra che in quella memoria e in questa destinazione
del premio si specchi fedelmente l'amore con cui il papà
e la mamma di Mariagrazia si stringono nel ricordo della figlia;
e che trovino nella bontà il coraggio per affrontare ancora
la prova della sofferenza e del sacrificio.
Concludo queste modeste riflessioni con un augurio: che dall'incontro
odierno con la bontà si riveli in noi tutti, ciascuno nella
responsabilità che gli compete nei diversi campi della vita
civile professionale e sociale, la necessità di un impegno,
che vada oltre l'ammirazione della bontà e il suo pubblico
riconoscimento: impegno a seguirla con interventi doverosi là
dove essa ci indica la presenza di un bisogno; impegno a sostenerla
in condivisione di idealità e di finalità concrete;
impegno ad amarla e, se possibile, a imitarla. Perché la
nostra umanità sia fruttuosa di bene.
In questo augurio vorrei che voi tutti leggeste il mio grazie
sincero per la pazienza e la benevola attenzione con cui mi
avete ascoltato.
Angelo
Fragonara
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