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I PREMI DELLA BONTA' 2003 - LVII EDIZIONE

introduzione del Prof. Fragonara

Proponiamo ai lettori il testo integrale dell'intervento che il prof. Angelo Fragonara, vicepreside del Liceo Classico di Vercelli, ha svolto a introduzione e commento della cerimonia di consegna dei Premi di Bontà 2003. Al prof. Fragonara l'apprezzamento e il grazie de La Sesia.

Non è casuale né senza significato – io credo – che questa nostra annuale occasione di incontro, il suo tema e la sua destinazione, cadano nel tempo che la liturgia cristiana chiama dell'Avvento e coincidano con una Festività che, anch'essa, orienta il nostro pensiero al Natale. Al di là delle fedi e delle confessioni religiose, nell'annuncio del Natale sono interpellati a riconoscersi tutti gli “uomini disposti al bene”: interpellati a riconoscersi e a rinnovarsi, a “fertilizzare” la terra nella pacifica rivoluzione della fratellanza e dell'amore. Da quella culla – una culla che contiene la profezia di una croce – si accende una luce di speranza nell'uomo, capace di stupire umili pastori e Re sapienti; luce che non si spegne e trema di “involontaria” pacifica “rivolta” anche nelle notti di Betlemme di questo nostro tormentato presente.

Ancora, non è senza significato – a me sembra – che questa occasione di incontro (con la ricerca e il riconoscimento di casi esemplari di bontà, che lo precede e lo prepara) sia propiziata da un giornale, dal giornale locale; e che, anzi: di più, essa sia espressione consolidata e qualificante della sua tradizione. C'è un segno deontologico – io credo -, anch'esso di “involontaria rivolta”, in questa annuale e periodica verifica che un giornale fa della fertilità virtuosa del suo territorio; e, con raggio più ampio d'indagine, un po' più lontano da qui, della non-sterilità dei nostri tempi, in fatto di altruismo, di sacrificio, di vocazione solidaristica, di generosa disponibilità all'altro-da-noi...

Fare notizia con il bene, con la sua quotidianità presente e operante in mezzo a noi; ricercarne la traccia preziosa attraverso una rete di lettori, chiamati a essere testimoni attenti e sensibili: in tutto questo è ravvisabile, forse, qualcosa di più dell'impegno a informare... In questa occasione così speciale, il dialogo con i lettori, lo scambio di ruolo nell'informare, la ricerca comune di una verità edificante e semplice, quella della bontà nel nostro vivere di comunità, assegnano all'iniziativa di un giornale una valenza e – insieme – una responsabilità più alta: che a me pare quella di formare una coscienza e una cultura del bene.
Dal significato di queste due circostanze – la tradizionale collocazione cronologica dei Premi di Bontà in prossimità del Natale e il ruolo del giornale nella loro promozione – cercherò di far discendere qualche “corollario”: poche e semplici riflessioni, pronunciate in tono sommesso e quasi con timore; come deve fare chi, come me, sa che le sue parole saranno sempre inadeguate al tema, insufficienti a colmare di pienezza il valore della bontà. Di questa inadeguatezza della mia persona e dell'insufficienza delle mie parole, vi chiedo fin da ora di perdonarmi.
Del resto, la bontà non chiede troppe parole e rifugge dall'enfasi della retorica. La sua bellezza sta nell'essere vissuta piuttosto che nell'essere descritta o declamata; la sua fecondità sociale sta nell'operare concreto, e spesso silenzioso, nel farsi azione e dono disinteressato di sé e non nella sonorità prolissa degli elogi. Scovata nel suo silenzio appartato, riportata in superficie e alla luce, la bontà spesso (forse avverrà così anche oggi, qui...) risponde al riconoscimento pubblico con il suo stupore un po' incredulo e un pudore schivo e un po' ritroso. E' giusto, allora - è questa la prima riflessione che vi propongo – chiamare la bontà sotto le luci di una ribalta, come facciamo oggi? Metterla in palcoscenico e applaudirla, sottraendola per un giorno alla sua silenziosa riservatezza?
Si deve rispondere che è giusto. Perché c'è bisogno di buoni esempi nel nostro tempo. Quanto più di sgomento smarrito proviamo, quando intorno a noi sembra stringersi il buio che induce alla disperazione del pessimismo, tanto più ci aiuta sapere che ci sono sentinelle che vegliano nella notte e tengono accesi i fuochi e ci indicano da quale punto sorgerà il mattino.
Quanto più nelle cronache dei nostri giorni è il negativo a fare notizia e ad attirare l'attenzione, è necessario un gesto “rivoluzionario” di bonifica delle nostre menti e dei nostri cuori. Se la cacofonia babelica ci tenta nella confusione e ci induce a credere davvero che vincenti nella realtà del nostro tempo siano l'egoismo, l'aggressività, la spregiudicatezza, l'indifferenza alla verità e persino alla decenza della memoria, tanto più si deve stare in ascolto, se mai si faccia un momento di silenzio in cui una voce ingenua (come quella del bambino che svela che “il Re è nudo”) ci riveli una verità diversa, “rivoluzionaria”: che l'Utopia del bene è possibile; anzi, è già qui, incarnata nel reale.
Gli insigniti dei Premi di bontà che oggi avete chiamato qui alla ribalta sono quelle “sentinelle” che accendono, anche per noi, i fuochi nella notte e scrutano all'orizzonte il nuovo mattino. Sono loro l'incarnazione dell'Utopia del bene nella realtà del nostro presente.
Perché il loro esempio ci educa a una diversa percezione della vita; perché da loro ci viene un invito a non appesantire il cuore nell'esclusivo ascolto di noi stessi; per questo ci sentiamo loro debitori.
Il repertorio di casi esemplari che oggi viene proposto alla nostra gratitudine e che ancora una volta ha la forza di farci provare il dono della commozione, ci invita a tentare di nuovo, se non una definizione della bontà, almeno l'individuazione di un movente profondo, di un'intima essenza, che si faccia riconoscere come cifra unificante nella molteplicità delle sue espressioni. A me pare – è questa la seconda riflessione che vi affido – che la bontà sia quella speciale attitudine d'amore che trasfigura in una dimensione altra tutta la gamma dei doveri, scritti e non scritti, che appartengono a ogni persona. Non intendo dire: un supplemento d'anima, un valore aggiunto, un di più, che si aggiunga come ulteriore ornamento a un senso morale o a responsabilità civica già in sé irreprensibili. Intendo altro: una natura profonda, un prima, una divisa dell'anima o del cuore, in forza della quale un ruolo sociale, una professione; una presenza nel luogo di lavoro, in una comunità, in un nucleo familiare; il servizio e l'impegno assunti per scelta e scritti in un abito, in un'uniforme; la condivisione di un ideale solidaristico in seno a un'associazione di volontariato; persino la fortuita circostanza di un incontro con il pericolo di sconosciuti, si fanno dono di sé, totale, incondizionato, agli altri.
In forza di questa speciale attitudine d'amore, in ragione di questa divisa dell'anima o del cuore, coloro che oggi qui sono premiati hanno compiuto il gesto generoso e altruistico che hanno compiuto, vivono ogni giorno la loro vita in ascolto dei più deboli, dei più fragili e dei dimenticati, nel segno del servizio reso gratuitamente a chi ha bisogno. Delle loro storie, delle diverse modalità in cui hanno esplicato la bontà e l'hanno incarnata nella vita, avete letto e
Alcuni di loro oggi non sono presenti perché in forza di questa speciale attitudine d'amore anche il prezzo della vita può essere speso in pegno del bene dell'altro, della vita dell'altro. Sono assenti oggi: ma noi avvertiamo come il profumo della loro bontà, il sorriso sereno e la bellezza della loro generosità e del loro sacrificio. E' quel che ci resta, in eredità preziosa, con il loro ricordo e il loro esempio, questo profumo di bontà, in cui si sublimano il dolore e il pianto per una morte prematura e improvvisa, per un destino che abbiamo sentito crudele e, forse, anche ingiusto...
La terza e ultima riflessione che vi affido vuole accomunare nell'abbraccio ai premiati le intenzioni dei Benefattori: e riguarda la bontà come frutto di un dolore fecondo, come durata viva e vitale della memoria e degli affetti, oltre la lacerazione acerba di un distacco. In questa prospettiva di lettura, anche oggi come ogni anno, ognuno dei Premi di bontà svela un suo valore didascalico, un suo significato morale ulteriore in quella sorta di simmetria che stabilisce tra l'espressione di bontà del premiato e le attitudini buone alla vita, i valori testimoniati nel tessuto sociale e civile da coloro nel cui nome e nel cui ricordo quel premio è istituito. A questa simmetria della bontà io credo sia attenta, anche, nella difficoltà di dover scegliere fra i molti casi meritevoli segnalati, la Commissione che S.E. il Prefetto presiede ed è preposta alle assegnazioni dei premi, in ascolto rispettoso delle volontà dei donatori nel ricordo dei loro cari.
Questa simmetria non sfuggirà, anche oggi, a chi abbia conosciuto coloro nel cui ricordo sono assegnati i Premi di bontà 2003. Non sfugge a me, che, coetaneo dei premi, ho conosciuto molti di loro, e molti, quasi tutti i loro congiunti, che oggi sono qui, nel ricordo e nel riconoscimento della bontà. Tutti, oggi, ricordo con affettuosa memoria.
La percezione di questa simmetria si carica per me di un'emozione in più, di una speciale intensità, quando i premi ricordano il nome di giovani: quelli che ho conosciuto per qualche tratto un po' più lungo della vita, vicini a me a scuola per un tempo più continuo; o che ho incontrato un po' più assiduamente, lungo il tempo provvisorio vissuto in un impegno diverso dal mio mestiere; o che ho imparato a rimpiangere senza conoscerli, raccogliendo lo strazio senza fine dei loro genitori.
Per questa simmetria del bene oggi ritrovo il sorriso buono di Elena in quello coraggioso di Andrea; e il dono di Paola – espresso per puro amore dai suoi genitori – mi sembra il modo più degno di ricordare Donata e la sua freschezza di vita; e, ancora, riconosco gli occhi di Don Mauro, il suo modo di interpretare le opere della carità, nell'azione coraggiosa dei suoi Volontari di Santa Teresa e mi sembra che in quella memoria e in questa destinazione del premio si specchi fedelmente l'amore con cui il papà e la mamma di Mariagrazia si stringono nel ricordo della figlia; e che trovino nella bontà il coraggio per affrontare ancora la prova della sofferenza e del sacrificio.
Concludo queste modeste riflessioni con un augurio: che dall'incontro odierno con la bontà si riveli in noi tutti, ciascuno nella responsabilità che gli compete nei diversi campi della vita civile professionale e sociale, la necessità di un impegno, che vada oltre l'ammirazione della bontà e il suo pubblico riconoscimento: impegno a seguirla con interventi doverosi là dove essa ci indica la presenza di un bisogno; impegno a sostenerla in condivisione di idealità e di finalità concrete; impegno ad amarla e, se possibile, a imitarla. Perché la nostra umanità sia fruttuosa di bene.
In questo augurio vorrei che voi tutti leggeste il mio grazie sincero per la pazienza e la benevola attenzione con cui mi avete ascoltato.

Angelo Fragonara


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